domenica 13 febbraio 2011

IL “TESORO” DI PIAZZA LONGOBARDI

Cosa si cela sotto il manto stradale di Piazza Campo dei Longobardi?
DA TRANI - Tranquilli, quello che state leggendo non è il resoconto di una puntata di Voyager. Parliamo piuttosto della possibilità concreta di far emergere reperti archeologici di un certo rilievo che potrebbero parlarci di una Trani medievale, ancora sconosciuta, che per anni è rimasta nascosta ai nostri occhi. L’occasione è offerta dai lavori di sistemazione che si effettueranno nei prossimi mesi in Piazza Campo dei Longobardi: si tratterebbe dell’ultima possibilità per riscoprire un pezzo di storia della nostra città. Naturalmente questo sarà possibile se ci sarà la volontà di cercare o, per lo meno, di non chiudere gli occhi di fronte a quello che potrebbe venir fuori dai lavori di ripavimentazione. Certo, sarebbe opportuno, a parere di chi scrive, un approfondito scavo archeologico. Ma che cosa c’è realmente sotto Piazza Longobardi?
Il nome stesso della piazza suggerisce una prima ipotesi. La presenza dei Longobardi a Trani risale a tempi antichissimi; a loro risale la prima murazione che difendeva la città dagli assedi; nell’834 d.C. furono proprio i Longobardi ad istituire a Trani la sede del loro gastaldato (quello che oggi sarebbe un capoluogo di provincia o di regione). Quello che ricorda la toponomastica, comunque, è la presenza, nella zona della piazza, dei fondaci longobardi, ovvero dei magazzini, delle abitazioni e dei luoghi di scambio commerciale dei mercanti lombardi medievali. Da uno scavo in profondità sotto la piazza, dunque, potrebbero emergere cunicoli, fondamenta di edifici, reperti vari riconducibili proprio a quell’epoca e a quelle funzioni. Questa è naturalmente solo un’ipotesi (che comunque varrebbe la pena di verificare).
Tracce più certe le abbiamo a proposito di ben due chiese edificate nel ‘300 le cui vestigia sono certamente sepolte sotto i piedi di chi passeggia per Piazza Longobardi: la chiesa di S. Maria dell’Annunziata e la chiesa di S. Toma. I nomi sono rimasti nella toponomastica e nella memoria dei più anziani: l’odierna chiesa di S. Toma, nella vicina piazza Tomaselli, prende proprio il nome dall’antica chiesa; la dicitura “mmèzze all’Annunziate”, inoltre, richiama decisamente l’altra chiesa. L’esatta collocazione delle due chiese la si può notare nell’immagine a fianco. [1] La chiesa di S. Toma è ricordata in un atto del 1385 (in cui il vicario dell’arcivescovo, Claudio De Collis, conferma la presenza nella chiesa del nuovo rettore, Spirito Palagano [2]) e nel corso del XVII secolo risulta “diruta” e viene ceduta al conte di Conversano (le fondazioni della chiesa dovrebbero però essere ancora lì sotto). [1] Della chiesa romanica dell’Annunziata, invece, abbiamo decisamente maggiori informazioni: la chiesa, che era di patronato dei discendenti del condottiero Alberico de Cuneo de Barbiano, conte di Trani nel 1383, fu demolita nel 1832 a seguito anche degli ingenti danni che l’intera zona (il “quartiere” che sorgeva dove ora si trova la piazza) avrebbe subito durante il drammatico sacco dei francesi del 1799. Cinque o sei anni dopo fu edificata l’odierna chiesa di S. Toma e qui, dall’antica chiesa furono trasportati la campana, le urne cinerarie dei de Cuneo e l’altorilievo ligneo dell’Annunciazione del XV-XVI secolo. [3]
Qualche traccia di tutto ciò emerse negli ultimi lavori di sistemazione della piazza, qualche decennio fa: a dar credito alle voci che circolarono allora, qualche ritrovamento (forse anche l’intera struttura muraria delle due chiese) venne fuori ma, ahimè, come spesso accade in questi casi e da queste parti (chissà perché?) si decise subito di ricoprire tutto, quasi si trattasse di un cadavere purulento.
Possibile che, oggi, che si presenta l’occasione di riparare a quel madornale errore, nessuno conservi la benché minima traccia nella propria memoria del “tesoro” che nasconde quella piazza? Possibile che nell’epoca di Dan Brown, nell’epoca in cui Graal e Templari compaiono persino nello sgabuzzino delle scope, il ritrovamento di due antiche chiese medievali (e forse di molto di più?) non interessi proprio a nessuno? Dove sono le associazioni culturali di Trani? Di cosa discutono nelle loro riunioni? Dove sono i media locali? Inutile chiedersi dove siano i politici di maggioranza e soprattutto di opposizione: di quelli, forse, chi ha a cuore questa vicenda farebbe volentieri a meno.
Dov’è la Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, artistici e storici di Bari? A tirarla in ballo, d’altronde, è proprio l’assessore ai lavori pubblici, Pietro Di Savino, che il  25 febbraio 2010, a proposito dei lavori in Piazza Longobardi e in Piazza Quercia, dichiarava: “Sono opere importanti che nascono da una proficua sinergia fra Comune e Soprintendenza”. [5] Come mai la Soprintendenza, almeno a quanto ci è dato sapere, non ha disposto nessun tipo di intervento di indagine preventiva o contemporanea ai lavori? E se qualche tipo di lavoro di scavo è previsto perché i cittadini non ne sono informati? D’altronde anche nei ritrovamenti a sud di lungomare Mongelli del 2008, non si può dire che la Soprintendenza abbia fatto un’adeguata campagna divulgativa. In quel caso vennero fuori “ceramiche dipinte, nonché strutture murarie di età imperiale probabilmente riferibili all’impianto di una villa costiera”, ma invece di disporre ulteriori scavi si decise di “insabbiare” (è proprio il caso di dirlo!) tutto quanto emerso.
E dov’era la Soprintendenza quando l’antichissima chiesa di S. Antonio Abate veniva ignobilmente tramutata in un ristorante? La chiesa era stata restaurata con soldi pubblici negli anni passati (era stata anche adibita a luogo per mostre e conferenze), poi era stata abbandonata all’incuria, prima dell’inattesa conversione d’uso. E pensare che, secondo alcuni storici, S. Antonio Abate era stato per qualche anno patrono della città: non credo che il Santo, dall’alto, sia ancora disposto ad inviarci la sua protezione.
Tornando a Piazza Longobardi, non si tratta di vestire i panni degli Indiana Jones della situazione. Si sta discutendo semplicemente di approfittare dei lavori di sistemazione della piazza per cercare di far emergere delle testimonianze storiche che, se non per l’aspetto culturale, certamente dovrebbero interessare gli abitanti di una città che vuole fare del turismo il motore trainante della propria economia.
Certo non c’è molto da attendersi da un’Amministrazione Comunale pronta a realizzare una nuova piazza, ma fino ad ora incurante dei problemi e delle potenzialità della zona, a partire dal cosiddetto “fondaco” dei longobardi (il passaggio da Piazza Longobardi al porto) che appare completamente inutilizzato (come faceva notare qualcuno al consiglio comunale del 28 giugno 2010 [4]) alle precarie condizioni statiche di Palazzo Vischi (ex-sede della biblioteca comunale) in piena emergenza igienico-sanitaria, nonostante le denunce dei residenti.
Inutile aggiungere che una montagna di interessi, più o meno legittimi, più o meno giustificabili, sarebbe pronta a sommergere qualsiasi reperto potrà venir fuori anche solo dai lavori di ripavimentazione della piazza. Di qui la necessità di diffondere queste conoscenze, di passare parola, per far capire che di Trani, ai tranesi, nonostante tutto, qualcosa “importa”. Si, qualcosa ci importa, di Trani, della sua Storia, del suo futuro.   
[1] B. Ronchi, Invito a Trani, Schena Editore, 1988.
[2] G. Giusto, Trani, tante strade, tanta storia, Landriscina, 2003.
[3] G. Amorese, Un fiore di pietra, Editrice Rotas, 2000.

giovedì 10 febbraio 2011

RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI, COME NOI …

I debiti del Comune di Trani e il debito pubblico: quanto ci costano?
DA TRANI E DALL’ITALIA – Un’indagine confezionata dalla CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre, incredibilmente passata sotto silenzio dai media locali sul web, apre gli occhi dei tranesi, ovvero di quelli che seguono questo o altri blog, sui problemi di bilancio del comune di Trani e di tutti i 118 comuni italiani capoluoghi di provincia. La notizia della pubblicazione di questi dati si riferisce al 29 Gennaio 2010 e ha mirato a capire quanto incidono le passività, accumulate da un Comune, sul totale delle proprie entrate. Al primo posto di questa speciale graduatoria troviamo Torino, con una percentuale di debito sulle entrate correnti pari a 252,2, seguono Carrara, con il 223,1% e Milano, con il 209,9%. Tra i più virtuosi, invece, scorgiamo l’Aquila (9,1%), Vibo Valentia (8,2%) e Brescia (7%).
Non si capisce davvero perché questa classifica che per la prima volta si occupa anche di Trani, Barletta e Andria, non abbia interessato per nulla i siti web locali: è vero che certi dati, almeno per quanto riguarda la nostra città, dovrebbero essere già noti poiché l’inchiesta si riferisce  a due anni fa. E’ anche vero però che in questi due anni del debito del Comune si è parlato eccome, ma quasi sempre senza fornire dati precisi: ora naturalmente abbiamo a disposizione dati dei quali non c’è ragione di dubitare dell’imparzialità. Pubblichiamo un estratto della classifica relativo ai capoluoghi di provincia pugliesi (manca il dato di Taranto).
La sostenibilità del debito nei comuni capoluogo (2008)
Dati in milioni di euro
Comune
Debito al
Entrate
Debito
Entrate
Debito su
31-dic-08
correnti
procapite
correnti
entrate

2008(*)
(euro)
procapite (euro)
correnti (%)
LECCE
138
109
1.458
1.151
126,7
ANDRIA
75
60
752
605
124,2
FOGGIA
129
143
840
935
89,9
TRANI
22
34
404
625
64,6
BARI
171
330
532
1.029
51,7
BARLETTA
18
56
192
599
32,1
(*) somma delle entrate tributarie, dei trasferimenti e delle entrate extratributarie
(**) al netto dei debito della gestione commissariale
Elaborazione Ufficio Studi CGIA Mestre su dati Ministero dell'Interno

Dai dati si vede come il nostro Comune al 31 dicembre 2008 aveva un debito di 22 milioni di euro che equivalgono a 404 € a testa compresi i neonati, i nullatenenti e i diseredati che risiedono a Trani. Certamente è un dato interessante, considerando ad esempio che il nostro debito pro capite è il doppio di quello dei barlettani. Per di più la tabella mostra anche le entrate del Comune: di qua scopriamo che il cittadino tranese versa mediamente 625 € nelle casse comunali, una cifra superiore a quella di andriesi e barlettani.
E d’altronde è anche strano che la politica nostrana (opposizione compresa) eviti accuratamente di parlare di questo aspetto che invece potrebbe ritenersi il leitmotiv di tutto il dibattito politico delle ultime due Amministrazioni Tarantini. Non dimentichiamo che il nostro sindaco è attualmente imputato insieme a svariati componenti della giunta comunale del 2005 ed ai tre presidenti delle controllate (Amet, Aigs e Amiu) del 2005 per "abuso in atti di ufficio, concussione, e violazione del decreto legislativo 74/2000 al fine di evadere le imposte sui redditi e l'Iva". Secondo l’accusa nella famigerata Estate Tranese del 2005 l’Amministrazione Tarantini spese delle cifre “di molto eccedenti le disponibilità finanziarie del Comune. […] Così operando hanno contribuito alla formazione di un debito fuori bilancio, che ad oggi si stima in oltre 6.000.000 di euro, nonché a depauperare il patrimonio delle stesse aziende pubbliche, i cui riflessi negativi si riverberano, da ultimo, sull'intera collettività tranese che è chiamata a pagare maggiore oneri a fronte di identici servizi”. [2] Scommetto che molti cittadini tranesi hanno dimenticato questa vicenda ormai attualissima; forse perché i media locali ne parlano poco? Chissà …
Naturalmente si parla qui di 6 milioni di euro di debito (peraltro fuori bilancio), mentre il dato CGIA ne indica ben 22. E’ anche vero che il dato CGIA si riferisce a fine 2008: cosa è successo in questi due anni? La situazione è peggiorata? E’ migliorata? Può anche essere che si sia del tutto risolta per un improvviso evento miracoloso. Di una sorta di miracolo si deve essere trattato se il sindaco Tarantini, il 26 Febbraio 2010, annunciava orgoglioso: Abbiamo ormai azzerato i debiti fuori bilancio. Se penso a quante polemiche inutili ci sono state intorno a questa storia, potrei dire tante cose, ma preferisco semplicemente andare avanti”. [3] Certo, resterebbero poi i debiti inseriti nel bilancio, ma sarebbe certo un risultato incoraggiante. Non ne sembrava tanto convinto il consigliere PD Fabrizio Ferrante che ribatteva: “Non sappiamo su quali dati si fondino le incredibili dichiarazioni del Sindaco. Forse ha preso i dati di un altro Comune oppure spara dati a vanvera. […] Poi è curioso il riferimento alle maggiori entrate per il conferimento dei rifiuti in discarica: da un lato si arrabbia, o finge di farlo, quando nuovi soggetti vengono a scaricare i loro rifiuti a Trani e poi dice che con quei soldi in più avremmo risanato un debito di € 4.000.000 che, dovrebbe sapere il Sindaco, non è l’intero debito del comune di Trani, ma purtroppo solo una parte.” [4] A Giugno 2010 Tarantini ribadiva: “Sì, i debiti sono stati pagati, e la vendita degli immobili non sarà più legata a tale questione.” [5]
Il debito del comune dovrebbe essere una questione interessante per i cittadini tranesi: chissà quale sarebbe la reazione di ognuno di loro se sapesse da un giorno all’altra di avere un debito di 404 €? Ma d’altronde anche queste sono cifre irrisorie … Se non altro confrontate con l’enorme debito pubblico dello Stato Italiano, di cui ogni tanto si sente parlare senza avere mai la chiara percezione di cosa si stia effettivamente parlando (complice anche qui la chiarezza dei media, quelli nazionali stavolta). Si tratta di un debito contratto dallo Stato nei confronti di altri soggetti, individui privati, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale ovvero coprire l'eventuale deficit pubblico. La seguente tabella mostra i dati dello spaventoso debito pubblico italiano cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni, con una rapida impennata negli anni dell’ultimo Governo Berlusconi.
Anno
Debito
PIL
 % sul PIL
2005
1.512.779
1.429.479
105,83%
2006
1.582.009
1.485.377
106,51%
2007
1.598.975
1.544.903
103,50%
2008
1.663.353
1.571.870
105,82%
2009
1.761.191
1.528.546
115,80%
2010
1.838.000



I dati sono riportati in milioni di euro. Non so se rende l’idea: l’Italia ha attualmente un debito di oltre un milione e ottocento mila milioni di euro, ovvero “1”, “8” seguiti da 11 zeri. Cifre astronomiche. In concreto significano 30mila euro di debito a testa, anche qui compresi neonati e nullatenenti. Forse per avere un’idea immediata di che cosa significhino questo cifre occorre vedere quanto sborsiamo ogni anno per gli interessi. E’ presto detto: l’Italia spende 70 miliardi di euro ogni anno per l’interesse sul debito pubblico; il che vuol dire che ognuno di noi sborsa annualmente circa 1200 euro solo per gli interessi. Se accanto a voi c’è un bambino in una culla diteglielo: però non lamentatevi se poi vi sputa in un occhio. [6]

[5] http://www.radiobombo.it/news/44949/trani/trani-ecco-il-bilancio-in-tre-punti-meno-tasse-spesa-contenuta-piu-investimenti-
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Debito_pubblico

domenica 30 gennaio 2011

CENSURE-RAI, IGNORE-RAI, NON CAPI-RAI, CHI VOTE-RAI?

Riflessione sul ruolo della televisione e della RAI in Italia

DALL’ITALIA – Chi segue questo blog avrà capito che, da parte nostra, non c’è grande stima del mondo dell’informazione in Italia: e d’altronde lo dicono anche le classifiche di Reporters Sans Frontieres per la libertà di stampa, che collocano il nostro paese al 49esimo posto, a pari punti con il Burkina Faso, dietro Taiwan (48°), Papua Nuova Guinea (42°), Corea del Sud (40°) e Tanzania (40°). Quanto accaduto questa settimana, poi, offre lo spunto per capire sino a che punto siamo arrivati.
La telefonata di Silvio Berlusconi in diretta tv a L’infedele, il programma su La7 di Gad Lerner, ha aperto la settimana con una caterva di insulti sul giornalista, reo di aver condotto una trasmissione che trattava del caso Ruby, evidentemente sgradita al premier. Mi hanno invitato a guardare L’Infedele ma ho assistito ad una trasmissione disgustosa, con una conduzione spregevole, turpe e ripugnante.” Poi il premier giustifica le offese al programma “Avete offeso al di là del possibile la signora Nicole Minetti che è una splendida persona, intelligente, preparata, seria” [1]; d’altronde Nicole Minetti, consigliera regionale lombarda, indagata a Milano con Berlusconi, Fede e Mora, non sembrava contraccambiare la stima per il premier; in un’intercettazione del gennaio 2010, parlando con la sua assistente, dichiara “Non me ne fotte un cazzo se lui è il presidente del Consiglio o, cioè, è un vecchio e basta. A me non me ne frega niente, non mi faccio prendere per il culo. Si sta comportando da pezzo di merda pur di salvare il suo culo flaccido".  [2] L’episodio è molto grave; la realtà è che siamo abituati ormai agli interventi di Berlusconi, in diretta e non, contro questo o quel programma e non siamo più in grado di distinguere un giudizio su una trasmissione televisiva da parte di un telespettatore da una pubblica offesa ad un giornalista fatta da una carica dello Stato, un uomo delle istituzioni, un uomo di potere. Non dobbiamo lasciarci trarre in inganno dal fatto che di fronte a Berlusconi ci fosse un giornalista esperto come Gad Lerner, in grado di replicare “Lei ha già insultato abbastanza. Perché non va dai giudici invece di insultare?”. Se ci fosse stato un giornalista giovane, alle sue prime esperienze televisive, certamente la telefonata del premier avrebbe avuto un altro impatto sulla sua futura carriera. O forse, il nostro ipotetico giornalista, proprio sapendo in anticipo che la trasmissione avrebbe potuto infastidire il premier, avrebbe rinunciato a dare un certo taglio alla trasmissione. La limitazione della libertà di stampa e di espressione passa anche attraverso questi gesti intimidatori: o dobbiamo aspettarci un sovrano assoluto che emani un editto (bulgaro?) che allontani al confino i giornalisti scomodi.
Poi Giovedì, arriva la telefonata del direttore generale della Rai, Mauro Masi, in diretta, alla trasmissione Annozero, condotta su RaiDue da Michele Santoro. Appena dopo l’anteprima (3 minuti di trasmissione) Masi interviene: “A tutela dell’azienda di cui sono direttore generale e che è anche la sua azienda, mi debbo dissociare nella maniera più chiara dal tipo di trasmissione che lei sta impostando. […] La trasmissione viola in maniera chiara il Codice di autoregolamentazione in materia di vicende giudiziarie nei programmi radiotelevisivi.Di grande acume, o forse di capacità divinatorie, deve essere dotato il dg se, solo dopo pochi minuti di trasmissione, è in grado di prevedere che nel resto della puntata si violeranno le regole. Non è chiaro di quali regole parli: si riferisce alla diffusione del contenuto delle intercettazioni? E perché non si potrebbe? Il codice in questione (disponibile a questo link) afferma che è lecito “diffondere un’informazione che, attenendosi alla presunzione di non colpevolezza dell’indagato e dell’imputato, soddisfi comunque l’interesse pubblico alla conoscenza immediata di fatti di grande rilievo sociale quali la perpetrazione di gravi reati”. Allora forse il direttore si riferisce all’interpretazione da parte di attori del contenuto delle intercettazioni? Anche qui il codice parla chiaro: è lecito “adottare modalità espressive e tecniche comunicative che consentano al telespettatore una adeguata comprensione della vicenda, attraverso la rappresentazione e la illustrazione delle diverse posizioni delle parti in contesa”.  Evidentemente si tratta anche qui “solo” (e dici niente?) di un’”intimidazione” a Santoro o a chi, sulla televisione pubblica, volesse seguirne l’esempio. E d’altronde Masi non potrebbe manco intervenire per far rispettare le regole (ammesso che se ne siano violate): L’accertamento delle violazioni del presente Codice […] e l’adozione delle eventuali misure correttive sono riservati alla competenza di un apposito Comitato”. Tant’è che alla domanda incalzante del conduttore: “Noi stiamo violando le regole? Si o no?”, il direttore tentenna un po’ e poi afferma “Questo non sono io che lo debbo dire.” Ma come? Lo ha appena detto. Strano questo Masi.
Naturalmente l’attacco ad Annozero prosegue anche il giorno seguente quando il ministro dello Sviluppo economico (che naturalmente è bene che si occupi delle trasmissioni televisive di RaiDue), Paolo Romani, dichiara ”Anche stasera Annozero ha superato ogni limite del decoro, della decenza e del rispetto della deontologia giornalistica. Nelle prossime ore ci attiveremo presso le sedi opportune per richiedere la più stretta osservanza delle regole così gravemente violate.” [3]
Il bello (o il brutto) delle due vicende, il caso Lerner e il caso Santoro, è che le polemiche sono scoppiate intorno a due trasmissioni che si sono occupate del caso Ruby: figuriamoci se avessero trattato le recenti questioni di mafia, che tirano in ballo anche il premier (ancora una volta), come abbiamo visto la settimana scorsa; questioni di una gravità ben più alta della storiella di Ruby e delle altre “Arcorine”, che in un paese normale, ora sarebbero in copertina a tutti i giornali e a tutte le trasmissioni tv.
Ma d’altronde di questa situazione penosa in cui versa l’informazione in Italia, ed in particolare il servizio pubblico, non c’è da stupirsi. La RAI è completamente controllata dai partiti politici in Parlamento e dal Governo: difficile aspettarsi un’informazione libera ed imparziale. La RAI è governata da un CdA composto da sette consiglieri eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza (indicati dai gruppi parlamentari) e da due consiglieri indicati dal Ministero dell'Economia e delle Finanze che è il maggiore azionista della RAI. Il CdA vota il Direttore Generale, anch'esso di nomina del Ministro dell'Economia. Il CdA nomina anche i direttori delle reti e delle testate giornalistiche. [4] Naturalmente però in parlamento ci sono anche forze di opposizione che hanno un peso relativo nelle nomine RAI; e dunque ecco che si rendono necessarie misure di controllo e di pressione straordinarie. Non è passato neanche un anno da quando dall’inchiesta della Procura di Trani, il cosiddetto Trani-Gate, venivamo a conoscenza delle forti pressioni del premier per chiudere Annozero (e qui non è malcostume, ma è reato, almeno secondo la Procura di Trani). Vi ricordate? Il premier suggeriva al commissario Agcom (Autorità Garante delle Comunicazioni), Giancarlo Innocenzi, parlando della trasmissione di Santoro: “Quello che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia un’azione che consenta … che sia da stimolo alla Rai per dire chiudiamo tutto”. Innocenzi poi naturalmente telefonava al direttore della Rai, lo stesso Mauro Masi, e si sfogava, pover’uomo: “Allora, lui [Berlusconi, nda] dice: <<Che cazzo state a fare tutti quanti … >>  mi ha fatto un culo che non finiva più.” [5] Perfino Masi si rendeva conto che le pressioni di Berlusconi sull’Agcom e sulla RAI non erano traducibili in azioni legittime: a Santoro Uno può scrivergli ‘stai attento a ciò che dici’, ma non ‘non puoi fare la trasmissione’. Tu ex ante non puoi far nulla, neanche nello Zimbabwe. Tu devi prima vederla, la trasmissione …”. [6] Giovedì scorso, invece, ha pensato bene di intervenire all’inizio della trasmissione: neanche nello Zimbabwe”, appunto, che è 123esimo nella classifica per la libertà di stampa. Ma forse, grazie a lui, l’anno prossimo lo raggiungiamo.

[1]http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/25/berlusconi-a-linfedele-puntata-vergognosa-lerner-lei-e-un-cafone/88113/