sabato 15 gennaio 2011

QUESTIONE ALBERGHIERO: ANTIPATIA O INCAPACITA’?

Considerazioni sulle ultime dichiarazioni in merito alla vicenda

DA TRANI - La “questione alberghiero” anima ancora il dibattito nel mondo politico tranese, che, a quanto pare, non ha nient’altro su cui discutere. L’intervento che, ovviamente, ha fatto più scalpore è quello del sindaco Giuseppe Tarantini il quale, in una lettera al Presidente della regione Puglia Nichi Vendola [1], sottolinea come sia stata attuata una politica anti-Trani da parte della sua giunta (che ha stoppato l’istituzione dell’alberghiero), e non solo in merito a codesta questione. Nella lettera Tarantini rivendica ancora una volta la peculiarità di polo turistico di Trani, ideale per ospitare un nuovo istituto, e si chiede se da parte di Vendola ci sia una sorta di antipatia nei confronti della nostra città. Siamo al grottesco. Com’è possibile che Vendola, molto spesso presente a Trani, in manifestazioni politiche e culturali, che in queste sedi non perde mai un’occasione per lodare le bellezze della nostra città, e che dalla nostra cittadinanza ha sempre avuto soddisfacenti risposte nelle tornate elettorali degli ultimi anni, possa provare così tanto astio da negare l’istituzione dell’alberghiero a Trani? Non sarà mica che la Giunta Regionale pugliese (a cui spetta l’ultima parola in queste occasioni) abbia valutato ogni aspetto e sia giunta a questa conclusione, considerati anche i continui tagli ai fondi scolastici messi in atto dal governo (di cui quasi mai si parla)? Inoltre l’antipatia, tanto enfatizzata dagli esponenti del centro destra tranese, non dovrebbe essere dovuta al diverso colore politico delle due amministrazioni, se è vero che città come Andria e come le stesse Margherita di Savoia e Molfetta, direttamente toccate da questo tema, e amministrate da giunte di centro destra, riescono a farsi rispettare in Consiglio Regionale, ottenendo risposte positive alla maggior parte delle loro richieste.
E allora qual è la vera motivazione? Qualcuno, come il consigliere comunale tranese  Dino Marinaro (Fli), arriva alla tesi che l’antipatia provata da Vendola non sarebbe nei confronti della città, ma bensì nei confronti dello stesso Tarantini. Il pensiero espresso da Marinaro sarebbe, a suo dire, quello della maggior parte della cittadinanza [2]. Ma su cosa si fondano queste gravi accuse? Le definiamo tali perché sarebbe davvero deprecabile amministrare qualsiasi ente basandosi su personalismi, atti a favorire qualcuno, sfavorendo altri. Se davvero fosse questo il motivo di tale astio, come mai i politici tranesi, o chi per loro, non denunciano questo comportamento? La verità è che in sede di Consiglio Regionale non è presente alcun esponente tranese, che sia di maggioranza o di opposizione. Una città, capoluogo di provincia, per niente rappresentata e con nessuna possibilità di essere salvaguardata in occasioni come queste. Nessun partito politico cittadino è stato in grado di presentare opportuni candidati da portare in Regione, oppure nessuno di quelli presentati è stato in grado di convincere l’elettorato, evitando una distribuzione tanto uniforme di voti da non portare alcun candidato oltre il quorum necessario per la sua elezione.
La situazione in Regione è, quindi, resa leggermente più complicata dall’assenza di rappresentanti politici tranesi; ma visti i risultati ottenuti dalla nostra città in merito ad uffici ed enti, in Provincia non va molto meglio. Trani non è stata mai protagonista delle discussioni riguardanti la scelta delle sedi degli uffici provinciali più importanti, conseguenza del fatto che c’è stata una totale assenza di iniziative politiche atte ad ottenerli. Eppure in Consiglio Provinciale vi sono ben 5 tranesi, di cui 4 di maggioranza. Questi deludenti risultati dimostrano come anche in sede provinciale Trani non ha tutta questa importanza, ma nessuno parla di antipatie o favoritismi.
I nostri amministrazioni dovrebbero rendersi conto della loro incapacità di rappresentare coloro che li hanno scelti per far si che Trani possa ricoprire un ruolo importante, ancor di più in veste di co-capoluogo. E invece si limitano a criticare e scaricare la colpa dei loro insuccessi su coloro che si interpongono sulla loro strada, sbraitando e sbandierando antipatie di ogni genere.
Questa è la politica in Italia, Paese dove a nessuno conviene remare fianco a fianco nell’interesse dei cittadini: l’importante è guadagnarsi la pagnotta, il resto conta poco.



domenica 9 gennaio 2011

TESSERA DEL TIFOSO: ALLO STADIO CON LA FIDELITY CARD, COME AL SUPERMERCATO

I pro e i contro di un provvedimento che dovrebbe aumentare la sicurezza negli stadi


DALL'ITALIA - Il derby pugliese Lecce-Bari, giocato nella giornata dell’Epifania del campionato di calcio di serie A, ha riportato in primo piano la discussione sulla sicurezza negli stadi italiani e sulla efficacia della tanto osteggiata Tessera del Tifoso, fortemente voluta dal Ministro dell’Interno Roberto Maroni ed introdotta proprio a partire dall’inizio del campionato in corso. La vigilia della tanto attesa partita non ha fatto dormire sonni tranquilli, non solo ai tifosi e ai giocatori delle due squadre, ma anche al Ministro, il quale ha temuto di vedere vanificata la sua iniziativa: con l’avvento della tessera si è voluto evitare che partite a rischio come questa non fossero giocate a porte chiuse o senza tifosi ospiti, come molte volte è capitato in passato. Tuttavia a una settimana dalla gara il Prefetto di Lecce e il Comitato provinciale dell'ordine e della sicurezza del capoluogo salentino hanno deciso di far disputare il derby a porte chiuse, prendendo atto dell’accesissima (quanto stupida) rivalità tra le due tifoserie e ricordando gli scontri avvenuti nell’ultima sfida, disputata in Salento nel maggio 2008.
La decisione è  stata valutata da tutti come una sconfitta per il calcio italiano, sempre più macchiato dagli scontri negli stadi: ad averne la peggio sono sempre e comunque coloro che allo stadio vanno per divertirsi e godersi una bella partita. In Italia stadi pieni e ricchi di famiglie non se ne vedono più da  molto tempo. Ma tale decisione ha rischiato anche di decretare il fallimento della Tessera del Tifoso, rischio più volte previsto da molti addetti ai lavori. E’ proprio per questo che la decisione del Prefetto ha fatto sobbalzare dalla poltrona il ministro Maroni, il quale è intervenuto personalmente per risolvere la situazione. Un prode cavaliere dall’animo leghista che emula il suo mito Alberto da Giussano e interviene in difesa della sua beneamata creatura. Fatto sta che alla fine il buon senso ha vinto e tutte le parti in gioco, di comune accordo, sono arrivate alla decisione di aprire le porte del Via del Mare a tutti, anche ai tifosi ospiti, muniti della tessera.  Ma i dubbi sulla efficacia di quest’ultima restano. Se la prefettura è arrivata a una decisione così estrema, come è quella della chiusura totale dello stadio, vuole dire che ancora non c’è molta fiducia in questo nuovo strumento di prevenzione di atti di violenza sui campi di calcio?
Introdotta come una forma di fidelizzazione del tifoso nei confronti della società, la tessera è stata accolta con molte perplessità, non solo dai gruppi ultras, ma anche da alcuni allenatori, dirigenti e giornalisti, oltre che dalle opposizioni in Parlamento. Da molti di essi è considerata una schedatura. Ma nei fatti, quali sono i pro e i contro e quali sono i risultati conseguiti, a pochi mesi dalla sua introduzione?
Come viene riportato sul sito dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, essa agevola e velocizza l’acquisto del biglietto, consente al possessore di recarsi in trasferte sottoposte a restrizioni per motivi di sicurezza e snellisce le procedure di accesso negli stadi: in essi sono, infatti, predisposti ingressi e spazi riservati ai soli possessori della tessera. Inoltre essa è vietata a tutti coloro che sono sottoposti a DASPO (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e a chi è stato condannato per reati da stadio. La domanda che molti si pongono è se la tessera sia obbligatoria per tutti. Ebbene si può evitare di sottoscriverla se si vuole assistere a una singola partita, che sia in casa o in trasferta, rinunciando, tuttavia, alle agevolazioni previste. E qui le prime perplessità. Infatti queste misure restrittive non impediscono l’ingresso allo stadio di ultras violenti. Questi, sprovvisti di tessera del tifoso e che, quindi, non potrebbero recarsi in una eventuale trasferta vietata, potrebbero comunque accedere allo stadio, magari in una area non soggetta a restrizioni, venendo a contatto con i tifosi di casa della squadra avversaria. E già ci sono stati casi simili, soprattutto nelle categorie professionistiche minori (ma non solo), con non pochi casi di violenza. Questo significa garantire l’ordine pubblico?
Tuttavia i risultati paiono andare dalla parte di chi ha voluto l’introduzione della tessera. Maroni parla di una diminuzione “del 50% degli incontri con feriti” di una diminuzione dei “feriti tra i civili del 90%”, spiegando come siano “diminuiti gli episodi di violenza rispetto alla stagione precedente”.  Certo la stagione a cui fa riferimento il ministro sarà ricordata tra una delle più ricche di episodi di violenza da stadio, quindi fare peggio risulta quasi impossibile. Inoltre, spiega Maroni "è aumentata la media di spettatori di seria A a dimostrazione che la tessera del tifoso non ha prodotto quegli effetti negativi che qualcuno temeva e soprattutto sono state presentate 750 mila domande per ottenerla"
Queste dichiarazioni sono state, tuttavia, smentite dai dati raccolti da superscommesse.it (sito di comparazione di quote sportive): la tessera del tifoso ha avuto come conseguenza un forte calo delle presenze sugli spalti, valutandola in circa il 20% rispetto agli anni scorsi. Tra le cause ipotizzate vi sono il costo della tessera, intorno ai 10 €, la schedatura dei tifosi, il timore che andando allo stadio si possa essere coinvolti nei disordini. Inoltre la tessera del tifoso risulta essere una sorta di carta di credito ricaricabile, valida 5 anni, con un microchip in grado di monitorare gli spostamenti dei possessori, come un vero e proprio Bancomat. Considerando il mercato potenziale di sottoscrittori della tessera, stimato in circa 4 milioni di tifosi, il costo delle operazioni che si possono fare con essa, in media 1 €, e soprattutto il prezzo di vendita, ci si rende conto questa costituisce un volume d’affari enorme. Per questo la sua introduzione è stata considerata dai più una manovra commerciale, piuttosto che un incentivo alla non violenza. Tant’è che è di qualche mese fa la notizia di una inchiesta del Garante della Privacy, che, su segnalazioni di alcuni consumatori, indaga sulla modalità di trattamento dei dati personali, sulla “strana” presenza del microchip e sulla sua effettiva funzione. Insomma non è finita qui.
Ciò che è certo e che dai dati raccolti emerge, inoltre, che al 30 settembre 2010 le tessere sottoscritte erano 655 mila e che, al contrario di ciò che dice Maroni, vi è stato un calo di abbonamenti fino al 60%. Questo calo non è certo imputabile alla sola tessera del tifoso, ma certo quest’ultima non incentiva le presenze negli stadi. L’Italia come media spettatori è solo al 4° posto in Europa, dopo Germania, Inghilterra e Spagna. Ma per quanto riguarda l’ordine pubblico la posizione è sicuramente molto più in basso.
Bisognerebbe, in tal senso, attuare politiche più serie ed efficaci, come è stato fatto in Inghilterra, patria dei temibili hooligans: qui non sono state introdotte tessere o cose simili, ma solo controlli più ferrei, maggior numero di forze dell’ordine, videocamere a circuito chiuso e biglietti nominali.
In realtà una legge sugli stadi è stata già proposta, ma è ferma alla Camera da più di un anno: ma, è noto, in Italia gli iter parlamentari accelerano solo in seguito ad atti tragici (o solo per “salvaguardare” il Presidente).

sabato 8 gennaio 2011

CASO MIOTTO: PROBLEMI DI COMUNICAZIONE PER LA “RUSSA”

CASO MIOTTO: LE “BUGIE” (?) DEL MINISTRO

La “strana” successione di versioni sulla dinamica dell’uccisione del soldato italiano in Afghanistan
DALL’ITALIA E DAL MONDO - Continua a mietere le sue vittime la “guerra” in Afghanistan. Perché di “guerra” si tratta: inutile continuare ad addolcire una verità che non ci piace, nascondendo la cruda realtà dietro espressioni più o meno rassicuranti, come “missione di pace”. L’ultimo morto ammazzato è il 35esimo soldato italiano ucciso in 9 lunghi anni di conflitto armato, il 14mo ucciso nel solo 2010, l’anno più nero per i militari italiani in Afghanistan (altro che exit strategy!). Si chiamava Matteo Miotto, originario di Thiene (Vicenza), aveva solo 24 anni ed apparteneva al 7mo reggimento alpini di Belluno attivo nel Gulistan, una regione nell’Afghanistan occidentale. Ciò che si vuole approfondire in questo post è la “strana” successione di versioni e smentite sulla dinamica dell’uccisione del soldato italiano, rese nei giorni scorsi dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Quella che segue è una semplice cronologia delle dichiarazioni date alla stampa, che mettono in luce evidenti contraddizioni e pongono interrogativi.
31 dicembre 2010
E’ il giorno dell’uccisione di Matteo. Il ministro dichiara che il soldato "era di guardia a una torretta a sud della zona sotto controllo italiano, quando un colpo di fucile sparato da lontano da un cecchino lo ha colpito a un fianco, proprio in una parte del corpo non protetta. […] Oltre che una tragedia è stato un fatto di grande sfortuna. Il colpo è penetrato e ha leso organi vitali.” La descrizione della dinamica lascia perplesso il presidente dell'Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate (Anavafaf), Falco Accame: "La garitta è una struttura protetta (o almeno deve essere tale) e non si capisce quindi come un colpo di un cecchino possa esservi penetrato e in secondo luogo perché il giubbotto antiproiettile deve coprire le parti vitali del corpo”. [1]
1 gennaio 2011
Il padre di Matteo, Francesco Miotto, chiede ulteriori accertamenti per capire come sia effettivamente stato ucciso il figlio: "E' legittimo chiedere cosa sia successo. Ieri mi hanno chiamato i suoi comandanti dall'Afghanistan dicendo che era stato colpito ad una spalla, poi adesso si parla di un colpo che l'avrebbe raggiunto al fianco. I dubbi, come si vede, non li ho avanzati io, ci sono delle versioni che non sono concordanti". [2]
2 gennaio 2011
Viene eseguita l’autopsia sul corpo Paolo Arbarello, direttore dell'istituto di medicina legale, dichiara: “E' stata una morte immediata. L'equipaggiamento era assolutamente adeguato, c'erano tutte le protezioni, è stata una circostanza assolutamente sfortunata". Dall’autopsia emerge che Matteo è stato colpito fra il collo e la spalla, un punto in cui era non era coperto dal giubbotto antiproiettile. [3]
5 gennaio 2011
E’ il giorno della svolta nella descrizione della dinamica dell’uccisione. Il ministro La Russa dichiara: "E' stato ucciso da un gruppo di insorti durante un vero e proprio scontro a fuoco e non da un cecchino isolato, […] ma da un gruppo di terroristi, di 'insurgent', non so quanti, che avevano attaccato l'avamposto. […] All'attacco ha risposto chi era di guardia, con armi leggere e altri interventi: a questi si è aggiunto anche Miotto. […] Erano in due sulla torretta e sparavano a turno: uno sparava e l'altro si abbassava. Proprio mentre Matteo si stava abbassando è stato colpito. […] Subito dopo è stato richiesto anche un intervento di un aereo americano, che è riuscito a disperdere gli insurgent". Lo scontro "è durato parecchie decine di minuti". [4]
6 Gennaio 2011
A chi fa notare al ministro che la sua versione è cambiata radicalmente, il ministro spiega che si tratterebbe solo di un’integrazione. “Ho ricevuto subito la fotografia della fase finale e cioè che un cecchino ha ucciso Miotto che si trovava sulla garitta. E' tutto vero, ma non era stata fornita neanche a me quella parte della notizia secondo cui questo evento si inseriva nell'ambito di uno scambio di colpi durato diversi minuti”. Pur ammettendo che le prime informazioni fornite fossero corrette (e non lo erano, almeno relativamente al punto in cui Matteo era stato colpito), resterebbe da spiegare perché al ministro è stata offerta una versione incompleta; il ministro allora aggiunge: “Non è stato ritenuto di dovermi comunicare questa parte della notizia, nelle prime ore. Mi sono arrabbiato con i militari che non me l'hanno detto e quando, il 4 pomeriggio, mi è stata fornita anche la parte che c'era stato un conflitto a fuoco, prima di rendere noto il tutto ho voluto aspettare ieri, il 5, per parlare personalmente con il generale Bellacicco, il comandante del contingente. […] Io non voglio accusare qualcuno, ma voglio ribadire che la mia 'dottrina', chiamiamola così, è quella della massima trasparenza”. [5]
Falco Accame replica: "C'è voluta la presenza del ministro della Difesa in Afghanistan per sfatare la storiella del cecchino e del militare colpito in torretta, vittima del destino 'cinico e baro'", dice. "Perché agli italiani è stata raccontata questa frottola? […] Perché gli italiani non dovevano sapere che vi era stato uno scontro a fuoco con i ribelli afgani?".
Ad aggiungere perplessità sulle dichiarazioni del ministro, il senatore Pd Ignazio Marino afferma: La dinamica dello scontro era nota fin dal rientro della salma del soldato in Italia il pomeriggio del 2 gennaio. Partecipando alla commemorazione dell'alpino alla camera ardente allestita all'ospedale militare del Celio a Roma, infatti, ho ascoltato la ricostruzione veritiera di quei momenti terribili, molto diversa dalla versione raccontata dai media e dalle fonti ufficiali”. Strano, dunque. Molto strano. [6]
7 gennaio 2011
Dopo le “accuse” del ministro ai militari, il generale Vincenzo Camporini, capo di Stato maggiore della Difesa, replica:  "Ci accusano di aver nascosto le notizie. Di aver fornito versioni diverse e contraddittorie dell'accaduto. E' falso. Abbiamo raccontato sempre la stessa successione degli eventi". Il ministro allora corregge il tiro: nega di essersi arrabbiato con i militari e afferma “ero arrabbiato con me stesso”, ma poi pare aggiungere un’altra allusione alla supposta reticenza dell’esercito quando chiede "ai militari di non avere remore a fornirmi notizie man mano che le hanno, altrimenti si puo' pensare che abbiamo remore a fotografare l'esatta situazione dei nostri militari in Afghanistan". [7]
Insomma, le ipotesi sono due: o al ministro sono state raccontate verità parziali (e in parte false) o il ministro stesso ha raccontato verità parziali (e in parte false). In entrambi i casi si sarebbe cercato di nascondere la ricostruzione esatta dell’uccisione di Matteo, ossia l’esistenza di un conflitto a fuoco (più tipico di una “guerra d’assedio” o “di trincea” che di una “missione di pace”). Perché? Si è trattato di errori nelle comunicazioni? E se la tempistica delle dichiarazioni fosse stata accuratamente studiata? Potrebbe esserci una strategia comunicativa volta a nascondere la gravità dell’accaduto per non turbare l’opinione pubblica? Va sottolineato, infatti, che le ricostruzioni “false” o “parziali” sono state rese per tutto il tempo che il fatto è stato sotto i riflettori dei media e in un periodo, come quello festivo, in cui si è più sensibili a certe tematiche. La verità completa è emersa solo 5 giorni dopo l’accaduto, a riflettori ormai spenti, quando non tutti i giornali e le tv si sono sentiti in dovere di rettificare o di dare alla rettifica la stessa importanza data alla prima versione dei fatti.




sabato 1 gennaio 2011

TRANI: REVOCATA LA VITTORIA DE “LA PROVA DEL CUOCO”

Stoppata la proposta di attivare a Trani l’Istituto Alberghiero
DA TRANI - Come non detto. Duole darne il triste annuncio: l’Istituto Alberghiero non verrà attivato a Trani. La Giunta Regionale ha respinto la proposta dell’Ufficio Scolastico Regionale e della Provincia di Barletta-Andria-Trani. Il fatto è di per sé significativo, ma ancor più interessante è studiare le reazioni del mondo politico cittadino che ha accolto la notizia con florilegi e imprecazioni varie all’indirizzo del Governatore regionale Nichi Vendola, amplificate naturalmente dai media locali.
Con ben altro entusiasmo si erano accolti i pareri favorevoli dell’Ufficio Scolastico Regionale, che lo scorso dicembre 2010 aveva dato il via libera all’istituzione della scuola in città (vedi post di dicembre). Vantando, non troppo velatamente, i propri meriti il sindaco Giuseppe Tarantini esultava per il risultato raggiunto  e prospettava “ottime possibilità di creare sinergie tra impresa e scuola”. Gli teneva bordone un trio gaudente composto dai consiglieri provinciali del Pdl Beppe Corrado, Stefano Di Modugno e Gigi Riserbato (presidente del Consiglio provinciale). “Portiamo a casa un grosso risultato – riferivano orgogliosamente i consiglieri – che è stato ottenuto attraverso un lavoro silente e certosino”. Complimenti! I consiglieri aggiungevano: “Erano anni che Trani chiedeva un riconoscimento per la sua indiscussa vocazione in ambito turistico e culturale.” Purtroppo di anni ne dovranno ancora passare, a quanto pare. Eppure il consigliere provinciale margheritano, Bernardo Lodispoto, aveva messo in guardia l’Amministrazione provinciale dall’istituire lo stesso polo scolastico, già presente a Margherita di Savoia e Molfetta, a distanza di pochi chilometri. Alla fine della vicenda, dobbiamo concludere che, dal punto di vista politico, Margherita e Molfetta hanno avuto la meglio su Trani.
Qualche giorno fa arrivava la doccia fredda e il giubilo, per dirla col Poeta, “tosto tramutossi in pianto”. Anzi in improperi contro “Vendola e i suoi compagni, rei di avere “penalizzato ingiustificatamente Trani”, secondo Corrado. Ma come? Fino a qualche settimana fa i meriti erano i loro, ed ora che l’assegnazione dell’alberghiero si rivela praticamente una bufala, i demeriti sono degli altri? Evviva la coerenza! Tarantini parla di un ulteriore schiaffo alla nostra città” e Corrado aggiunge “quando in Regione sentono parlare di Trani, le porte si chiudono […] La motivazione? Non esiste, è solo politica: Vergogna, Vendola!”. Strano, perché questa decisione che “penalizza” Trani “avvantaggia”  Margherita e Molfetta, due città guidate da amministrazioni di centro-destra; dobbiamo concludere che Vendola ha un’inspiegabile antipatia per la nostra città? Oppure che i nostri consiglieri sono incapaci, quantomeno a rappresentaci adeguatamente?

SALVIAMO LA COSTA AD OGNI COSTO!

Un disperato appello per riappropriarci del patrimonio costiero
DA TRANI - E’ vero, siamo nel cuore dell’inverno ed il mare e la costa forse non sono in cima ai nostri pensieri. Eppure riflettere sullo stato di salute del nostro profilo costiero non è tempo sprecato, considerato che per anni, a parere di chi scrive, il problema della situazione del litorale tranese è stato ampiamente sottovalutato e di tempo se ne è perso fin troppo.
Il tema torna questi giorni a far discutere per le dichiarazioni rilasciate a Traniweb.it dall’assessore ai Lavori Pubblici, Piero Di Savino, che dipinge una situazione talmente rosea e ottimistica che, raffrontata con la realtà, sembra quella di un paradiso balneare che manco le Maldive possono vantare. L’assessore annuncia l’inizio dei lavori di completamento per il litorale est della città (quello che va da Lungomare Mongelli alle Matinelle, per intenderci), che verranno assegnati in una gara di fine gennaio 2010 e dureranno 400 giorni: il che vuol dire che almeno per un’altra estate dovremo rinunciare a spiagge e lidi dignitosi, per lo meno da lungomare Mongelli in poi. “Alzeremo i frangiflutti di 0,50 metri sul livello del mare per contrastare il fenomeno dell’erosione e per permettere il ripascimento della sabbia, poi provvederemo alla messa in sicurezza della falesia e al completamento dell’ultima parte di fascia costiera disastrata. […] Con il completamento del litorale est concludiamo un lungo percorso avviato da questa amministrazione di centrodestra nel 2003.” [1]
Ad onor del vero, dispiace smentire l’assessore, ma gli interventi di sistemazione della falesia (il profilo roccioso della costa) furono previsti dall’amministrazione guidata da Carlo Avantario, che ottenne il finanziamento nell’ambito del “P.O.R. Puglia 2000-2006”, anche se il progetto esecutivo era redatto nel 2003, approvato l’anno seguente e aggiudicato all’asta nel 2005.
Sono dati confermati, tra l’altro, in un documento dal titolo Sistemazione del litorale ad est di Trani firmato dall’Ing. Vittoriano Picca, pubblicato sempre da Traniweb.it. Il documento ci permette di ricostruire l’evoluzione dei lavori e di fare anche alcune interessanti scoperte che, chissà perché, i media locali hanno tralasciato di riportare. Con il primo stralcio del P.O.R. si sono realizzate 5 scogliere (i cosiddetti frangiflutti)  a “sommità emersa” e altrettante a “sommità immersa”; con il secondo stralcio, invece, si sono avviati interventi di messa in sicurezza della falesia.
Nel corso dei lavori, per far fronte a nuove esigenze, intervenivano alcune perizie di variante. Nella prima di queste si rilevava come la strada contigua alla spiaggia “Matinelle” e si prevedevano lavori vari di sistemazione, di cui solo alcuni venivano posti in atto per la limitatezza delle risorse. Nella seconda perizia, si prevedeva l”’integrazione indagini archeologiche già previste nel progetto principale e sospese per esaurimento fondi nell’agosto 2006, secondo le indicazioni fornite dalla Sovrintendenza dei Beni Archeologici della Regione Puglia con nota del 9/3/2007”. Nel 2006, dunque, a quanto si apprende dal documento, c’erano stati dei ritrovamenti archeologici che avevano spinto la Sovrintendenza a richiedere ulteriori indagini. Certamente si tratta di qualcosa di interessante per una città cha ambisce ad essere un polo di attrazione turistica: eppure praticamente non ne si sapeva nulla. A proposito della terza perizia di variante, il documento riporta quanto emerso dagli scavi eseguiti nel 2008: “una fossa sub-rettangolare larga 2,00 m, inquadrabile nel Neolitico medio, con riempimento di ceramiche dipinte, nonché (e qui l’elemento che mi pare più interessante, nda) strutture murarie di età imperiale probabilmente riferibili all’impianto di una villa costiera”. Insomma, stiamo parlando di vasellame decorato risalente ad oltre 4000 anni fa e di una villa romana: ci rendiamo conto? Questi rinvenimenti potrebbero riscrivere la storia di Trani: roba che gli storici locali di un tempo (Piracci, Ronchi, Amorese, etc.) farebbero i salti di gioia. Ma, oggi, i cittadini non solo non sono informati dei ritrovamenti, ma rischiano concretamente di vedere il sito archeologico ricoperto da terra e sabbia, praticamente come se non fosse venuto fuori nulla. La Sovrintendenza, che  non si può dire abbia fatto un’adeguata campagna di divulgazione in proposito, si è infatti limitata a “proporre il completamento delle opere di protezione della falesia adottando sistemi che prevedano la conservazione del giacimento archeologico”. Non si prevedono dunque ulteriori campagne di scavo nelle aree circostanti. Eppure sarebbe interessante porre in relazione questi ritrovamenti con quelli emersi e che emergeranno a Capo Colonna, durante gli scavi per la realizzazione del parco archeologico che dovrebbero partire a breve (si spera!).
Sarebbe interessante, lo ribadisco, per una città che potrebbe sfruttare la vocazione turistica come motore trainante della propria economia; se poi Trani, su questo profilo, vuole accontentarsi di attrarre qualche combriccola di andriesi e coratini per mangiarsi il panzerotto in piazza Teatro, beh!, naturalmente è un altro discorso, proporzionato a diverse ambizioni.
Nella quarta perizia di variante, dopo l’ottenimento dalla Regione Puglia di un ulteriore finanziamento, si procede al completamento funzionale delle opere di intervento sulla falesia. Si spera che i nuovi lavori siano eseguiti con maggiore attenzione che in passato; chi legge si ricorderà, ovviamente, del disastroso crollo accaduto pochi mesi fa al Lido Matinelle: un giorno di pioggia e mareggiate fu sufficiente a causare il cedimento strutturale della parte del lido prospiciente il mare (leggi il post di Ottobre).
Analizzati dunque alcuni dei problemi del litorale di levante, passiamo a nord-ovest. Qui la situazione non è critica, ma drammatica, a tal punto che i cittadini tranesi hanno praticamente dimenticato di avere un lungomare anche ad ovest della città. Sarebbe troppo chiedere che una città turistica abbia due lungomari, ad est e ad ovest del porto, come più o meno tutte le città costiere del mondo? Oppure dobbiamo rassegnarci ad una litoranea dimezzata? Si dirà: è complicato riqualificare una zona che per anni è stata stuprata  dalle aziende le marmo. L’assessore Di Savino, come al solito, è ottimista: Noi comunque abbiamo iniziato a discuterne con la Regione. C’è un progetto su cui si sta ragionando ma è necessario ottenere la disponibilità dei proprietari degli opifici a trasferirsi nella zona artigianale indicata dal P.U.G.”. Chissà se nel famigerato P.U.G. e nei progetti dell’Amministrazione Comunale, la litoranea di ponente è davvero una priorità? Certo, finora, non si è visto nulla di concreto. Anzi. I recenti ritrovamenti di discariche abusive di rifiuti, di depositi di amianto (leggi il post di dicembre) descrivono una situazione di assoluto degrado. Ma al peggio non c’è mai fine: alcune oscene proposte potrebbero anche peggiorare la situazione. L’Avv. Ugo Operamolla, già Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Trani e Componente del Consiglio Nazionale Forense, per risolvere il problema dei parcheggi degli uffici Giudiziari di Trani, propone con lungimiranza “la costruzione di un autosilos che potrebbe benissimo essere edificato  nella zona alle spalle del Castello Svevo […] attigua alla vecchia Distilleria”. [2] Un’idea geniale: un mostro di cemento nel centro storico! Immaginate lo skyline di Trani dal molo di S. Nicola: l’imponente cattedrale romanica, il suggestivo maniero federiciano e l’imponente autosilos in cemento armato. Geniale!
Insomma la situazione del patrimonio costiero di Trani non è affatto rosea. Fate un confronto con le realtà limitrofe che, permettetemi di dirlo con un tocco di campanilismo, forse non hanno le nostre bellezze artistiche e storiche (ereditate da un passato ormai lontano): guardate i lidi di Barletta e il lungomare di Bisceglie. Dal punto di vista della gestione della costa solo gli andriesi ci stanno dietro: solo perché il mare non ce l’hanno; in compenso hanno una piscina comunale che, a Trani, possiamo solo sognarci in un evanescente P.U.G. dai confini incerti. Eppure le Amministrazioni Comunali che hanno gestito la Cosa Pubblica tranese negli ultimi anni hanno vantato e vantano incessantemente la nostra città come una città turistica: ripeto, le potenzialità ci sono, ma per come vengono sfruttate verrebbe da dire a questi signori “ma andate a … buttarvi a mare”.