sabato 13 novembre 2010

QUANDO PIOVE E TIRA VENTO... AL SOTTOPASSO STAI ATTENTO

Basta un giorno di pioggia e Trani va in tilt
 



DA TRANI - Le intense piogge delle scorse settimane hanno creato seri problemi in tutta Italia; le città italiane hanno dovuto far fronte ad allagamenti e disagi alla viabilità.
A Trani non potevano mancare casi analoghi: sulla nostra città, infatti, negli ultimi tempi è caduta una enorme quantità d'acqua. Sopratutto nella giornata del 2 novembre (in cui sono caduti circa 80 mm di pioggia in poche ore, dato che spesso si registra in un mese in autunno), questa ha provocato gravi disagi ai cittadini e seri danni alle colture. Molto scalpore hanno creato, in città, gli allagamenti di varie strade, più o meno importanti (anche se lo stato in cui si trovano gran parte di esse le pone tutte sullo stesso piano), delle campagne nelle zone periferiche della città, dei tre sottopassaggi presenti in paese (in via Torrente Antico, a Pozzo piano e in via Giuliani) e, addirittura, della biblioteca comunale “G.Bovio”.
La situazione verificatasi al Campo Santo, pieno zeppo di gente data la ricorrenza, è stata la più grave, poiché ha messo a serio rischio l'incolumità dei presenti, sopratutto anziani, soccorsi dai vigili e da alcuni volontari. L'allagamento ha riguardato la Chiesa Madre, in cui non è stato possibile celebrare la Messa prevista, e molti dei viali, trasformati in veri e propri fiumi in piena, attraversabili solo su improvvisati pontili creati con le panche prelevate dalle cappelle. Il degrado in cui versa il cimitero a Trani, su cui è in corso un processo giudiziario a carico di un gran numero di imputati, ha sicuramente favorito l'allagamento: da tempo, infatti, non si vedeva una cosa simile. Ripulire i viali frequentemente dai residui di piante, fiori e quant'altro è essenziale per scongiurare allagamenti di così grandi entità, favoriti anche dalle pessime condizioni in cui versano le caditoie per il deflusso delle acque piovane.[1]
Tuttavia, le maggiori polemiche si sono scatenate nel caso dei sottopassaggi, sopratutto quelli di più moderna realizzazione. Se, infatti, si possono tollerare allagamenti del sottovia del Torrente Antico, sia per la sua vetustà, sia perchè situato nei pressi di marmerie e terreni agricoli, da cui proviene grande quantità di materiale grossolano che, trasportato da pioggia e vento, va ad intasare i tombini, è inaccettabile la situazione venutasi a creare sotto i più moderni impianti.[2]
In questo post verrà esaminato in particolare il caso del sottopassaggio di Pozzo Piano, anche perchè ciò che si andrà a scrivere per questo è facilmente adattabile anche alla struttura in via Giuliani.
Costruito per sostituire il vecchio “ponticello”, il quale era divenuto negli ultimi tempi molto pericoloso, sia per la viabilità (in zona è presente lo svincolo della SS 16bis), sia per gli allagamenti frequenti, il suddetto sottovia in pochi anni di vita ha già creato già molti disagi. L'opera è stata realizzata, ovviamente, con soldi pubblici, ma anche grazie ai finanziamenti delle Ferrovie dello Stato (essendo sottostante la linea ferroviaria) ed è stata definita, al momento dell'inaugurazione, fiore all'occhiello nell'ambito delle opere civili fatte realizzare dall'Amministrazione Comunale. Nessuno avrebbe potuto immaginare di assistere a scene del tipo di quelle documentate, su tutti i siti di informazione cittadini, dalle tante fotografie, scattate dai residenti nella zona.[3] Il livello dell'acqua nel sottovia ha raggiunto, infatti, un altezza incredibile e questo si è trasformato in breve tempo in vero e proprio corso d'acqua navigabile. Un paio di auto e un camion sono rimasti bloccati nel vano tentativo di passare da una parte all'altra della struttura. Certo un po' di buon senso avrebbe fatto desistere gli automobilisti dall'avventurarsi lì sotto, ma è anche vero che i controlli delle forze dell'ordine sono stati quasi del tutto assenti. Molte delle testimonianze raccolte dalle testate giornalistiche denunciano il fatto che, dopo essere intervenuti per soccorrere gli impavidi automobilisti, i vigili hanno posizionato delle transenne ai due imbocchi del sottovia e, allontanandosi, hanno abbandonato le auto e il camion in panne, forse (chissà?) lasciandoli come “esempi” da non imitare. Certo le situazioni critiche in città in quelle ore erano parecchie e c'è da lodare comunque la macchina dei soccorsi (forse formata da troppo pochi uomini per una città come Trani?), ma lasciare incontrollata la zona, tra l'altro sempre abbastanza trafficata, è come minimo avventato. Ma perchè un solo giorno di pioggia ha provocato tutti questi problemi?
Innanzitutto c'è da dire che la violenza degli acquazzoni, concentrati in poche ore, sicuramente ha favorito e accelerato il collasso; tuttavia resta comunque assurdo il fatto che opere così moderne, che dovrebbero essere realizzate con tecnologie all'avanguardia, si allaghino, come se nelle vicinanze fosse presente un fiume in piena. Ci si chiede, a questo punto, cosa sarebbe successo se nei dintorni della nostra città fossero stati presenti corsi d'acqua: scene come quelle viste a Trani siamo abituati a vederle nelle immagini in tv, riguardanti paesi di montagna, colpiti da straripamenti di fiumi e torrenti. Ma a Trani, città in pianura, in cui sono del tutto assenti corsi d'acqua, tutto ciò è inaccettabile.
In queste occasioni le caditoie della fogna bianca per il deflusso delle acque piovane assumono un ruolo fondamentale. Nei pressi del sottopasso in questione sono presenti delle canaline, poste trasversalmente all'asse stradale, una ad una distanza di circa 150 m, l'altra a circa 50 m dal sottopassaggio; inoltre una di queste è presente su ciascuna delle altre strade confluenti. Tutte queste sono le prime ad intercettare le acque provenienti dalle sedi stradali, tra l'altro confluenti in discesa, verso la depressione del piano campagna in cui è presente l'opera. La zona, infatti, un tempo raccoglieva le acque provenienti dalle campagne e dalla vicina Corato. Se le canaline suddette paiono ben poste e funzionanti, perplessità nutre la disposizione di un numero molto esiguo di pozzetti nella parte direttamente sottostante la struttura. I pochi pozzetti presenti sono insufficienti per raccogliere l'enorme portata d'acqua caduta. Se aggiungiamo, poi, che questi, il più delle volte, risultano otturati da materiali vari, il collasso è servito. Proprio sull'intasamento delle caditoie è stato puntato il dito dalle istituzioni: la presenza dei vicini cantieri delle ville in costruzione nella zona da cui provengono polveri e materiali di risulta avrebbe favorito l'intasamento. Questo sicuramente è insindacabile, ma ci sono alcune questioni da chiarire. La prima è che alla fine di ottobre eventi meteorologici simili avevano già provocato un allagamento del sottopasso; seguirono, il giorno seguente, lavori di spurgo, pulizia e ampliamento delle caditoie. Nell'ispezione effettuata, le caditoie risultarono, secondo l'assessore ai lavori pubblici Pietro Di Savino, completamente intasate. Grande risalto era stato dato al tempestivo intervento dei tecnici del Comune.[4] [5] Ma è stato tutto inutile: l'intervento, infatti, è risultato pressoché insufficiente, vista la situazione verificatasi solo una quindicina di giorni dopo. Un paio di domande sorgono spontanee: visto il numero esiguo di caditoie presenti, perchè non si provvede a una manutenzione più frequente delle griglie? Come mai non si predispone la realizzazione di nuove caditoie, per ovviare all' errore commesso in fase progettuale?
Ma è noto, a Trani, come in tutta Italia, prevenire accadimenti del genere non sembra rientrare nei pensieri dei nostri amministartori; meglio risolvere a seguito del danno, magari spendendo più soldi di quelli che invece occorrerebbero se solo si prevenisse.
Una seconda questione è stata sollevata, come riporta il sito infonews.it, dal Circolo Vaso di Pandora, che denucia come poche ore prima dell'alluvione sulla strada che porta a Capirro si poteva notare la presenza di grandi quantità di aghi caduti nella notte dagli alberi di pino: si poteva, forse, rimuoverli tempestivamente per evitare che andassero, poi, ad ostruire anch'essi le caditoie? Il Circolo solleva dubbi anche sull'efficienza delle pompe di sollevamento e, inoltre, sospende “ogni giudizio circa la corretta pendenza del sottopasso che si trasforma in una piscina “coperta”, cosa che andava verificata ed eventualmente corretta”. [6]
Ma non è finita qui. Cittadini infuriati per i disagi provocati dagli allagamenti hanno denunciato a traniweb.it altre stranezze, come ad esempio quella riguardante il lavoro degli operatori ecologici, i quali ultimamente “non raccolgono più l'immondizia ma la spostano sui lati della strada dove chissà quando passerà la spazzatrice a ripulire. E così quell'immondizia, quegli aghi di pino e quant'altro finiscono nelle miserabili caditoie.” [3] In effetti, girando per le strade la mattina si nota ai bordi di esse cumuli di foglie, carte e quant'altro, in attesa di essere raccolti dalle spazzatrici. Oltre a ritenere le montagnette di rifiuti uno spettacolo indecoroso ci si chiede per quale motivo gli operatori dell'Amiu non raccolgono più ciò che radunano sul ciglio della strada.
Per fortuna in quest'ultimo periodo il tempo ci sta riservando giornate asciutte e per niente piovose: non ci resta che attendere che siano predisposti seri interventi, sia nei pressi dei sottopassaggi in questione, sia lungo le strade groviera della nostra città, sperando che eventi del genere non portino in futuro a conseguenze ben più gravi. La cittadinanza è stufa di dover ascoltare giustificazioni varie da parte di chi ci governa, di chi dovrebbe provvedere alla sicurezza della gente. Non basta più pronunciare frasi retoriche del tipo “è una situazione straordinaria che ha vanificato la nostra prevenzione... è una condizione meteorologica anomala, che sta creando problemi ben più seri in altre zone della Puglia...[parole del sindaco Giuseppe Tarantini, ndr]”. [7] Bisogna assumersi la responsabilità di attuare piani concreti di intervento e ricordare ai nostri amministratori che prevenire è meglio che curare. E si sa che molto spesso curare costa molto di più che prevenire per tempo.



venerdì 12 novembre 2010

LA “BANDA LARGA” E LA “CINGHIA STRETTA”

La carenza di iniziative e finanziamenti per la diffusione della rete rischia di essere una zavorra per lo sviluppo economico e culturale

DALL’ITALIA E DA TRANI - Certamente chi legge questo post ha sentito parlare di banda larga e probabilmente ha un particolare interesse nella diffusione di Internet ad alta velocità. Ma quale iniziative vengono poste in atto, a livello nazionale o locale, affinché ciò si renda possibile? Anzitutto è forse necessario riassumere, in poche e semplici parole, quello che è il quadro attuale con le relative problematiche: una definizione convenzionale di banda larga potrebbe essere data a partire dalla velocità di 1.2 Mbps; attualmente il 12% delle utenze italiane non è dotato di connessioni superiori a 2 Mbps, una percentuale al di sopra della media europea, nonostante il nostro paese presenti una elevata densità abitativa che favorirebbe la realizzazione delle infrastrutture. Per avere a disposizione collegamenti veloci è necessario infatti disporre di mezzi trasmissivi con caratteristiche particolari dal punto di vista della banda disponibile: più questa è “larga”, maggiore risulta la quantità di dati che possono trasferirsi su di esso in un dato lasso di tempo. Il mezzo trasmissivo più comunemente usato fino ad un decennio fa era il doppino in rame che risulta adatto per le comunicazioni telefoniche, molto meno per il traffico della rete; l’alternativa più importante è la fibra ottica che presenta una banda molto più larga e permette dunque connessioni più veloci. Attualmente la grande maggioranza delle centrali telefoniche italiane sono connesse tra loro mediante fibra ottica: resta il problema del cosiddetto ultimo miglio, cioè dalla centrale all’utenza. I problemi sono dunque essenzialmente due: una percentuale non trascurabile delle centrali non sono collegate con la fibra (gli abitanti dei relativi centri, al momento, la “banda larga” possono solo sognarsela!); anche i centri in cui arriva la fibra ottica non hanno tutti le utenze coperte capillarmente dalla fibra stessa (questa è la situazione di gran parte delle città italiane, come Trani). La conseguenza è che alcune zone di queste città, magari le più lontane dalla centrale telefonica (vedi la zona meridionale di Trani), non possono avere una connessione adeguata alla rete. [1]
Le iniziative adottate dalla politica per incentivare la realizzazione di nuove infrastrutture appaiono però decisamente carenti: emblematico è il caso del cosiddetto “piano Romani”, proposto nel giugno 2009 dall’attuale Governo Berlusconi. Questo piano prevedeva la diffusione di una connessione a 20 Mbps per il 96% delle utenze; si erano previsti anche 800 milioni di euro. Peccato che l’assegnazione di questi fondi sia stata successivamente bloccata e rimandata a data da destinarsi: la banda larga non pare dunque essere considerata una priorità. [3] [2]
Oltre il doppino telefonico e la fibra ottica esiste un altro mezzo che può essere facilmente sfruttato per trasmettere i pacchetti di Internet: l’etere. Le possibilità wireless e, in particolare, la tecnologia WiFi rappresentano una soluzione sempre più diffusa; mentre da noi il WiFi ha trovato applicazione soprattutto nella creazione di reti domestiche, in molte città europee bar, ristoranti, boutique, giornalai, centri commerciali, etc. possiedono una rete locale a cui chiunque si trovi nei paraggi può accedere liberamente e gratuitamente, creando, in questo modo, una copertura capillare. In Italia questo non è possibile. Il motivo risiede nell’art. 7 del decreto Pisanuanti-terrorismo” del 2005; l’articolo prevede una montagna di burocrazia che ostacola il “WiFi libero” in tutti i modi: tutti gli Internet Point devono chiedere annualmente un’autorizzazione alla questura, richiedere a chiunque si connetta un documento di identità e memorizzare con un apposito costoso software tutti il traffico. [4] Eppure una settimana fa, il 5 novembre, il ministro dell’interno Maroni dichiarava “Dal primo gennaio 2011 ci si potrà collegare liberamente alla rete WiFi senza restrizioni”; in realtà la liberalizzazione annunciata dal ministro non è quella che ci si potrebbe attendere: sarà ancora obbligatorio tenere traccia di chi accede alla rete e l’unica cosa che non sarà più necessaria sarà la richiesta di autorizzazione in questura (questo è l’unico comma dell’articolo 7 che non verrà rinnovato: gli altri, se non saranno esplicitamente abrogati, resteranno in vigore). [5]
Passando dal contesto nazionale a quello locale, la situazione non pare migliore. A gennaio 2006, l’AMET di Trani annunciava il posizionamento di un anello di 4.5 km in fibra ottica attorno alla città, nell’ambito del progetto PugliaTech finanziato dalla Regione. Le applicazioni di questa infrastruttura potevano essere le più svariate: si poteva ad esempio migliorare la connessione ADSL della zona sud della città. Attualmente però, stando alle informazioni in nostro possesso, l’anello è utilizzato soltanto (inspiegabilmente, ci pare) per l’impianto di video-sorveglianza delle forze dell’ordine: considerando che su una fibra ottica può viaggiare tutto il traffico telefonico degli Stati Uniti nell’ora di maggiore congestione, appare praticamente assurdo che a Trani la si utilizzi solo per trasmettere le immagini di 21 telecamere! [6]
A proposito del problema dell’estensione della banda larga nella zona sud di Trani, il 20 febbraio 2010 il presidente AMET Lucio Gala dichiarava “Garantire la copertura Adsl veloce nel quartiere Pozzo Piano o, addirittura, estenderla all’intera città è un intervento che Amet è in grado di fare, ma visti i costi necessari avrebbe bisogno di una decisione politica che solo l’Ente proprietario (il Comune, ndr) può prendere”. E aggiungeva: “Del resto se neanche Telecom si decide ad intervenire con la copertura tradizionale dell’area, evidentemente ci sono problemi di economicità dell’intervento”. In pratica una parte della città dovrebbe rinunciare alla banda larga perché si tratterebbe di una soluzione costosa. Ma se questa è una considerazione legittima da parte di un’azienda privata come Telecom (i ricavi ottenuti dalle utenze ripianerebbero i costi di installazione in troppo tempo), può mai essere altrettanto valida per un’Amministrazione Comunale o un’Azienda Municipalizzata, che dovrebbe occuparsi di dare a tutti i cittadini le stesse possibilità e gli stessi diritti? [7] [8]
L’immobilismo in cui pare versare la città dal punto di vista della diffusione di Internet, sembra ancora più evidente se raffrontato alle iniziative in tale direzione che si prendono nelle città limitrofe. A Molfetta, il 16 febbraio 2010 l’assessorato ai Lavori Pubblici autorizzava i lavori per la posa e l'installazione di cavi in fibra ottica in diverse zone della città, in attuazione del "Programma per lo sviluppo della banda larga in fibra ottica nel Mezzogiorno" del Cipe. [9] Ad Andria, la settimana scorsa, si è avviato un “progetto volto alla navigazione gratuita su rete internet, mediante wireless e mobile, individuando prioritariamente alcune aree pubbliche e di aggregazione, che verranno conseguentemente attrezzati per questo servizio”. [10]
A Trani, invece, la tecnologia sembra arrivare in ritardo. D’altronde, come si è detto, anche il panorama italiano, dal punto di vista della diffusione del web (che tanti vantaggi porterebbe all’economia e alla cultura), sembra ancora immerso in un film in bianco e nero.
Insomma, laddove non esplicitamente osteggiata, la diffusione di internet e della banda larga non è in nessun modo incentivata. Forse perché i valori di cui (aldilà dei mille problemi) è portatrice la rete, ovvero il pluralismo dei contenuti (i più ottimisti parlano di “democrazia elettronica”) e la condivisione di informazioni ed esperienze appaiono decisamente in contrasto con le logiche di potere di chi gestisce la Cosa Pubblica e delle lobby che condizionano il mercato.

C'ERA UNA VOLTA IL POSTO MACCHINA...


Parcheggi sempre meno numerosi, infrazioni a raffica, soluzioni zero: ecco il paese del "fatecomevipare"

C'è un paese nel sud dell'Italia, in particolare in Puglia, dove i parcheggi sono un tabù. In qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi giorno della settimana, in qualsiasi settimana del mese, in qualsiasi mese dell'anno parcheggiare in questa città, in particolare in centro, diventa quasi impossibile. Ma nessuno fa niente. La gente si lamenta e l'amministrazione comunale non provvede, anzi, avvia i lavori per la ristrutturazione di una piazza sul porto di questa città che è la fonte primaria di parcheggi della zona. Certo, rendere pedonale una piazza che era adibita ad un parcheggio è sicuramente cosa nobile, ma dov'è la soluzione al problema dell'ingorgo di traffico e di parcheggio che si verrà di certo a creare, o che si è già creato? Il nulla.
A proposito di porto (quello di questa città è sicuramente molto frequentato nel week-end) dovrebbe essere una zona pedonale, “figurati se lasciano parcheggiare” è il primo pensiero che aleggia nella mente dell'ignaro turista o visitante della città in questione. Ma il forestiero ignaro dovrà rimanere deluso. Perchè non solo non si trova la soluzione al problema parcheggi, ma si lascia parcheggiare sulla banchina del porto, con annesso un traffico da metropoli che fa giocare i poveri pedoni allo “scansa il parafanghi” in un groviglio di macchine roboanti che, per qualche poco astuto motivo edonistico di pavoneggiarsi, si prestano a questa vergognosa “sfilata della marmitta”. Carovane di poveri pedoni costretti a buttarsi in quell'angolo o a trattenere il fiato per assottigliarsi e riuscire a far passare la vettura al loro fianco. Divieti di sosta con infrazioni in ogni dove e in ogni ora. E i vigili tollerano? Ma che città è?
E' una città dove i cittadini disperati scrivono queste lettere (alla redazione di tranionline.it):
Gentile redazione, vorrei sottoporre la vostra attenzione... ...sullo scandaloso modo di parcheggiare di alcuni automobilisti. Nello scorso week-end (tra sabato e domenica) alcune macchine erano parcheggiate da dove termina l'area pedonale del porto alle vicinanze dell'area adiacente alla chiesa di S. Teresa, il tutto senza il benchè minimo rispetto dei cartelli di divieto (sosta e fermata). Tutte le altre macchine erano scandalosamente parcheggiate nell'area pedonale tra le persone incredule che vi passeggiavano e che dovevano fare molta attenzione alle manovre di questi pirati per non essere investiti. A rischio soprattutto donne con passeggini e bambini a bordo... ...La cosa più incresciosa è che tutto avveniva proprio sotto il naso degli uffici della Polizia Municipale presso l'ufficio Darsena degli Statuti Marittimi...” di R. F. [1].

Non si cerca neanche di tutelare i poveri residenti, in particolare del porto e della zona centro adiacente a quest'ultimo, che si vedono, nel fine settimana, costretti a dover parcheggiare la propria macchina molto lontano dalla propria abitazione, o non prenderla proprio per tutta la serata. Una buona soluzione sarebbe chiudere al traffico il centro storico, con un pass specifico per i residenti. Si valorizzerebbe tutto, a partire dalla vivibilità della zona per finire ai locali che trarrebbero beneficio dal flusso di pedoni che vagherebbero per il centro storico.
E gli altri? Quelli che vengono da fuori città o chi abita in periferia? Ci sarebbe una soluzione anche per loro. Anzi c'è già. Il Park&Ride utilizzato solo parzialmente alla fine di via Malcangi: basterebbe semplicemente, far confluire le macchine lì, farle parcheggiare, e far salire la gente su appositi mezzi di trasporto che portano al centro.
Visto che chi si occupa dell'urbanistica sembra essere privo di idee, ecco altri due suggerimenti, oltre a quelli già offerti, di due semplici cittadini:

  • La mia idea verte nell'utilizzo dei Park and Ride tutto l'anno, facendo pagare come parcheggio custodito, ai residenti, un abbonamento agevolato (40 €) mensile, per i non residenti (3 €) al giorno. Considero l'uso per i residenti di almeno 200 unità per un totale di € 8.000, e per i non residenti di 100 unità per un introito di € 900; con un totale di 8.900,00 €, con questa somma si potrebbe assumere quattro persone come custodi. Naturalmente dai Park & Ride dovrebbero partire i trasporti urbani per tutte le destinazioni Istituzionali (carceri, tribunale, comune, stazione FFSS, commissariato, carabinieri ecc.ecc.).” Di Giuseppe C. [2]
  • Un'idea semplice semplice per aumentare i parcheggi. Ho notato che alcune strade hanno i marciapiedi estremamente larghi, come per esempio in via Corato, mentre le auto non possono sostare. Basterebbe arretrare il marciapiede anche di 50 cm. ed avremmo tanto spazio per parcheggiare. Semplice no?”. Di Gerry C. [3]
Se mai il malcapitato forestiero voglia evadere dai propri lidi comunali, per farsi una serata da qualche altra parte, e arriva in una città dove c'è tanta gente, movida, divertimento, traffico, macchine, smog, divieti e infrazioni, sappia che è arrivato nella città giusta. Sappia che è proprio quella nel sud dell'Italia, in particolare in Puglia, tra Foggia e Bari, a nord di Bisceglie, a sud di Barletta, 52.000 abitanti circa, ecc...


domenica 7 novembre 2010

IL CALCIO A TRANI NON S’HA DA FARE


Dopo una stagione trionfale, la doccia fredda dell’abbandono del presidente

DA TRANI - La situazione del calcio a Trani, in questo periodo, sta vivendo, tanto per cambiare, una situazione paradossale. Dopo una stagione straordinaria, conclusasi con la promozione in serie D, questa annata è iniziata in maniera inaspettata, con le dimissioni del presidente barese Antonio Flora. Nonostante ciò la squadra è attualmente seconda in classifica dopo un avvio di campionato straordinario, con 6 vittorie (di cui 4 fuori casa, in cui la Fortis è ancora imbattuta), 1 pareggio e 2 sole sconfitte, un bottino che per una neopromossa in situazioni economiche molto complicate non è niente male.
Ma torniamo alle vicissitudini societarie, procedendo con ordine. Tutto iniziò dall’incontro tra il presidente Flora e il sindaco Giuseppe Tarantini del luglio scorso, molto atteso poiché dall’esito di esso si sarebbe poi deciso il futuro della società: l’esito fu più che positivo, poiché il sindaco promise a Flora che avrebbe contattato imprenditori per aiutarlo economicamente e non solo. In realtà, a metà del campionato scorso si ebbe già un incontro simile sempre con lo stesso esito: a Flora fu garantito l’ingresso in società di altre cordate. Ma le promesse non furono mantenute e l’imprenditore barese fu di fatto l’unico a guidare la società fino alla conclusione del campionato. L’entusiasmo per il magnifico cammino, conclusosi con la promozione, mise in secondo piano i problemi societari. C’è comunque da sottolineare che, nonostante fosse l’unico a reggere le sorti della società (con il determinante aiuto del Comitato Pro Trani), Flora garantì a giocatori e tecnici gli stipendi.
Forte della promessa fattagli dall’Amministrazione Comunale e fiducioso sul proseguo della sua avventura alla guida della Fortis, Flora decise di procedere all’allestimento della squadra e alla sua iscrizione al nuovo campionato nazionale di serie D (la dirigenza provò addirittura a richiedere il ripescaggio in Lega Pro, considerate le tante defezioni e fallimenti di società in questa categoria).
Dopo aver messo in piedi in poco tempo una squadra di tutto rispetto, come i risultati stanno testimoniando, a settembre, dopo poche giornate dall’inizio del campionato, la doccia fredda: Flora convoca una conferenza stampa allo stadio. Un monologo per annunciare l’abbandono della società a causa della "mancata risposta della città a tutte le nostre iniziative" [1] . Un presidente profondamente deluso e amareggiato che ne ha davvero per tutti, risparmiando solo i circa duecento ultras che hanno sempre seguito la squadra. Inaspettato, per lui, il fatto che dopo i “tutto esaurito” fatti registrare nelle gare di play-off della passata stagione, a Trani nessuno va allo stadio a vedere le partite”. In effetti i 44 abbonamenti sottoscritti sono davvero briciole per una città di circa 60000 abitanti. Le cause di tutto ciò sono molteplici: dalla crisi economica, che fa stringere la cinghia alle famiglie, le quali preferiscono rimanere a casa la domenica, alle contemporanee partite di serie A, che naturalmente attirano di più i tifosi. Inoltre, una struttura sportiva adeguata, che possa accogliere le famiglie e far passare loro una domenica pomeriggio di svago, sicuramente aiuterebbe a far registrare incassi maggiori; ma il problema stadio a Trani meriterebbe un capitolo a sé. Nella nostra città, inoltre, i ricordi dei periodi fastosi della gloriosa Polisportiva, della serie C e soprattutto della B, degli anni del boom economico in cui lo stadio si riempiva all’inverosimile, rimangono ancora nella mente degli appassionati: il rapporto squadra tifosi non è certo favorito dalle periodiche crisi societarie, dai sempre più frequenti passaggi di proprietà, dalle risalite e seguenti discese nei campionati regionali; tuttavia con l’avvento di Flora (già noto in città soprattutto per la sua straordinaria gestione del Barletta Calcio di alcuni anni fa) tutti speravano nell’inizio dell’ascesa definitiva nel calcio che conta. Ma a Trani fare calcio è veramente molto complicato.
In conferenza Flora parla anche del suo rapporto col sindaco, il quale "promise dal primo giorno che, salendo dall’Eccellenza, si sarebbero trovati i giusti aiuti finanziari per proseguire". Ma, secondo quanto dice il presidente, gli unici veri contributi, come accennato all’inizio, sono stati i 60.000 € raccolti dal Comitato Pro Trani. Più volte è stato tentato a lasciare nel corso della passata stagione, ma l’entusiasmo generale l'ha "portato a sganciare altri 440mila euro miei, solo miei". Per il resto solo parole e promesse. L’attacco è rivolto, non tanto a Tarantini, quanto agli imprenditori contattati in estate: a squadra allestita e iscritta al campionato dei vari imprenditori che avevano dato l’assenso a contribuire (si parla anche di Matarrese, con il quale dell’ambito dell’accordo sull’apertura della cementeria in città, si era concordato un aiuto anche in termini di giocatori del suo Bari da prestare alla Fortis) non si è avuta più traccia. Flora loda il solo Nicola Veronico, il quale ha fornito un contributo pari a 20.000 €. La situazione vergognosa è proprio questa: perché gli imprenditori contattati in estate sono scomparsi al momento di trasformare in moneta quanto promesso a parole? E’ noto che da tempo i precedenti presidenti più volte hanno cercato aiuti da imprenditori tranesi, ma nessuno si è mai avvicinato alla squadra, se non in alcune sporadiche occasioni. Anche in tal caso, i motivi economici hanno un ruolo preponderante: in categorie superiori squadre anche blasonate stanno attraversando o hanno attraversato crisi societarie ben più gravi. Ma gli accordi, anche se solo verbali, vanno comunque rispettati, pur essendo comprensibili i dubbi che può provocare l’ingresso in un mondo, come quello del calcio, finanziariamente molto dispendioso; tuttavia, appare incomprensibile il fatto che alle continue sollecitazioni di Flora non ha più risposto nessuno, tutti spariti.
E la squadra come ha appreso la notizie di tale disimpegno? Come rivela lo stesso Flora, molto male: "La Fortezza [ fiore all’occhiello della campagna acquisti ed ex giocatore del Bari, ndr] ha sbattuto la porta e non so se ritornerà, altri si lamentano, altri sono ancora convinti che si possa trovare una soluzione e già si dicono pronti a ridursi gli stipendi […] L’allenatore ha ricevuto il danno maggiore, perché perde un anno ". A posteriori si può dire che la squadra ha reagito alla grande, collezionando risultati insperati, ma a dicembre, quando si riapriranno le liste del mercato, c’è da aspettarsi una diaspora: allora chiunque potrà fare le proprie scelte. La squadra è stata affidata al direttore sportivo prima e ad Alberto Altieri, del Comitato Pro Trani, poi, col compito arduo di traghettare la squadra fino a fine stagione e, nello stesso tempo, trovare cordate disposte ad entrare in società.[2] E Flora? Durante la conferenza stampa si è detto disposto a lasciare la società ad altri, anche a parametro zero, e si è detto molto deluso dalle voci circolate in città di un suo disimpegno dovuto alla volontà di intraprendere una nuova avventura in un’altra società (si parla del Fasano[3]), circostanza questa negata da Flora. Tuttavia nella giornata di ieri sono state rese note due notizie che, se confermate, dovrebbero provocare molte critiche e discussioni, soprattutto tra gli appassionati. Secondo quanto riportato da Radiobombo.com, infatti, Flora sarebbe già proprietario del Fasano e avrebbe rimesso la società nelle mani del sindaco, un mese prima rispetto alla data di apertura delle liste, tradendo di fatto tifosi e città.[4] Dando un’occhiata ai commenti apparsi sul web in calce alla notizia, si nota la rabbia dei tranesi. Ed infatti questa novità lascia veramente a bocca aperta e, se confermata, metterebbe in cattiva luce l’ormai ex presidente, destinato comunque a rimanere nei cuori degli appassionati. Ora toccherà ad Altieri e al sindaco il compito di mettere insieme una nuova società. L'impegno è ancora più arduo se è vero che, sempre secondo Radiobombo.com, Flora avrebbe chiesto 50.000 € (cifra che potrebbe anche raddoppiare) che se non saranno versati da un nuovo futuro proprietario, porterebbero al ritiro dal campionato e alla definitiva dipartita della squadra.[5] Altro che cessione a costo zero!
Si apre, così, per il calcio tranese un periodo ancora più buio del precedente e se non verrà trovata subito una soluzione assisteremo all’ennesima tragedia calcistica per la nostra città, in cui evidentemente il calcio e lo sport in generale non ricoprono un posto d’onore nei nostri pensieri.
Ora non ci resta che attendere il comunicato ufficiale del presidente dimissionario e auspicare in un forte intervento dell’Amministrazione comunale a favore di una risoluzione di questo problema; non basta più, infatti, proclamare l’amore per il calcio e la Fortis, più volte enfatizzato anche dal sindaco: è necessario intervenire coi fatti, agendo concretamente, coinvolgendo direttamente anche la cittadinanza, per riportare il calcio tranese ai livelli che esso merita e far riacquistare il lustro che lo ha caratterizzato a metà del secolo scorso.




Per il video della conferenza stampa di Flora:

venerdì 5 novembre 2010

WIKILEAKS: LA “SCOMODA” VERITA’ SULLA GUERRA IN IRAQ




I documenti pubblicati da Assange mettono completamente in discussione le versioni ufficiali

DAL MONDO - Molti avranno sentito parlare ai TG nazionali di Julien Assange, di Wikileaks e della miriade di documenti pubblicati sulle guerre in Afghanistan e in Iraq, ma pochi probabilmente sono riusciti a scorgere la portata dirompente di quanto emerso. Proviamo, in questo post, a mettere in ordine i tasselli: il puzzle che si ottiene ricomponendoli dovrebbe condurre a riflessioni che sono lasciate alla sensibilità e all’intelligenza di chi legge.
Anzitutto, due parole su Julien Assange: si tratta di un 39enne giornalista australiano, promotore dell’organizzazione internazionale Wikileaks (che letteralmente significa “fuga di notizie”) che si pone l’obiettivo di ottenere documenti coperti da segreto per pubblicarli in rete (tecnicamente i file si trovano su server belgi e svedesi). La grande fama di Wikileaks è associata alla pubblicazione negli ultimi mesi di due dossier, “Afghan war diary” e “Iraq war logs”, che contengono complessivamente circa mezzo milione di documenti di intelligence, coperti prima d’ora da segreto, di cui non pare in dubbio l’attendibilità (si tratterebbe di documenti ufficiali): al più potrebbe esserne in discussione la veridicità. [1]
Dal diario della guerra in Afghanistan, pubblicato il 25 Luglio 2010, emerge, tra le altre cose, che "il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segrete per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani": in altre parole gli “alleati” degli Stati Uniti complottavano con Al Qaeda! Per di più, dai documenti risulta che gli Americani sapessero dell’esistenza di questi accordi segreti ai loro danni: eppure, solo qualche mese fa, gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di 500 milioni di dollari di aiuti a Islamabad (la capitale pakistana). [2]
Naturalmente, a seguito della pubblicazione dei documenti, sul capo di Assange piovono pesanti critiche (dagli Stati Uniti e non solo) e anche (in Italia si parlerebbe di “giustizia ad orologeria”) un mandato di cattura: per la pubblicazione degli atti segreti, si penserà … no, per stupro. Il 21 Agosto contro Assange viene spiccato un mandato di cattura per violenza sessuale dalla Procura svedese: il giornalista dichiara “ci avevano detto che il Pentagono avrebbe cercato di usate sporchi trucchi per distruggerci” e non sembra avere tutti i torti poiché, quantomeno singolarmente, solo poche ore dopo (ma ormai la notizia ha già fatto il giro del mondo), una portavoce della stessa Procura dichiara che Assange “non è più sospettato di stupro e molestie. Tutte le accuse a suo carico sono state cancellate e non è più ricercato". [3] Da sottolineare che alcuni documenti riguardano anche la partecipazione degli italiani alla missione di “pace” in Afghanistan: da un rapporto del 30-31 Maggio 2007 (Presidente del Consiglio Romano Prodi) dell’ambasciata americana a Roma risulta che questa preannunciava ulteriori contributi per l’ISAF (International Security Assistance Force) ma "Vista la sensibilità politica dell'Italia sulla missione ISAF, sia Bardini che Amerio (due diplomatici italiani, ndr) hanno sottolineato il fatto che la discussione di altri contributi italiani non dovrebbe essere resa pubblica, ma dovrebbe essere mantenuta a livello di canali tecnici". Dunque altri soldati per la missione, ma all’insaputa degli italiani. [4]
Il 23 Ottobre 2010, invece, vengono pubblicati i documenti sulla guerra in Iraq e, anche in questo caso, si scatena il putiferio. Dagli atti vengono fuori innanzitutto numeri, numeri terribili che urlano il sangue delle vittime: sarebbero 109.032 i morti ammazzati dalla guerra nell’arco di tempo dal 2004 al 2009 (circa 15.000 dei quali non erano ufficialmente noti); ciò che più colpisce è l’elevato numero di vittime tra la popolazione inerme (oltre il 60%, altro che bombe intelligenti!): si contano 66.081 civili morti nelle operazioni militari. [5]
Agghiacciante è anche il quadro che emerge riguardo le torture e le esecuzioni sommarie subite dai prigionieri da parte di soldati iracheni (in alcuni casi i militari americani ne erano a conoscenza ma agli episodi non seguì alcuna denuncia), nella completa violazione di qualsiasi diritto umano: i metodi delle torture (che prevedevano l’uso di frusta e scosse elettriche) non sono dissimili da quelli applicati durante il regime di Saddam Hussein. [5]
Anche in questo caso i documenti non risparmiano l’Italia. Nuovi dettagli emergono sulla morte di Nicola Calipari, l’agente del Sismi ucciso ad un posto di blocco nei pressi della capitale irachena da fuoco americano, durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. In un file si apprende che un leader di una cella di Al Qaeda, responsabile di gran parte dei rapimenti in Iraq, avrebbe dichiarato che per la liberazione della Sgrena furono sborsati 500.000 dollari; poi lo stesso terrorista avrebbe chiamato il Ministero dell’Interno iracheno per avvertire che nell’auto in cui viaggiava Calipari c’era dell’esplosivo: l’auto descritta dal terrorista però non coincide con quella che effettivamente fu fatta esplodere dai soldati americani. [6]
Nei documenti pubblicati da Wikileaks, si legge che Il 6 Agosto 2004 “alle ore 03.25 un automezzo che transitava sul ponte orientale di Nassiriya non si è fermato al checkpoint italiano e veniva conseguentemente ingaggiato con armi leggere. Quindi si è prodotta una grande esplosione, seguita da una seconda da cui si è valutato che il veicolo avesse dell’esplosivo”. Un giornalista americano però filmò la scena ed intervistò l’autista sopravvissuto che riferiva che il mezzo era in realtà un’ambulanza che trasportava all’ospedale di Nassiriya “una donna incinta, la sorella e il marito della donna”. I documenti di Wikileaks contrastano con la versione ufficiale e potrebbero far riprendere in considerazione l'ipotesi che si trattava effettivamente di un’ambulanza da cui non partì alcun colpo. L’ipotesi era peraltro già stata avanzata dalla Procura militare di Roma che aveva aperto nel 2007 un’indagine per “uso delle armi contro ambulanze”. [7]
Un altro rapporto americano del 15 marzo 2005 getta nuova luce sulla morte del sergente Salvatore Domenico Marracino, originario di San Severo, il quale, al termine di un’inchiesta aperta dalla magistratura, risultava essere stato colpito da un colpo che accidentalmentel'ha raggiunto al capo”, senza la “responsabilità di altri militari. Da una relazione americana del 15 marzo 2005 emerge, invece, che "alle ore 13, (un militare italiano) stava prendendo parte a un'esercitazione di tiro a Nassiriya. E' stato accidentalmente colpito (alla testa). E' stato trasferito all'ospedale in Camp (Mittica) e classificato come vittima per incidente. E' stato trasferito all'Ospedale navale di (Kuwait City). E' morto alle 16.45 circa." Dunque Marracino sarebbe stato colpito da qualcun altro, verosimilmente da un altro soldato italiano. Tra l’altro, per una strana ironia della sorte, la notizia della morte del soldato giunse al Montecitorio proprio mentre la Camera stava approvando il rifinanziamento della missione in Iraq. [8]
Naturalmente tutte le rivelazioni pubblicate dal sito di Julien Assange pongono, se non altro, pressanti interrogativi: fra gli altri, per esempio, la scarsa risonanza data dai media a notizie di questo calibro. Forse l’apprendere la morte di oltre 66000 cittadini inermi è meno significativo della notizia della morte di militari italiani? Esistono forse morti ammazzati di serie A e morti ammazzati di serie B? Ieri, 4 Novembre, Giornata dell’Unità Nazionale delle Forze Armate, i politici si sono sprecati in discorsi retorici ed altisonanti sul ruolo dei militari (il sindaco di Trani ha dichiarato “celebriamo il 4 Novembre acclamando le prodigiose gesta dei nostri militari e dei nostri antenati”[9]), ma nessuno ha ricordato la verità “scomoda” che tutti abbiamo appreso da Julien Assange.





lunedì 1 novembre 2010

SCIACALLAGGIO MEDIATICO E BUSINESS

Il mondo dell’informazione sulla vicenda di Avetrana

DALL'ITALIA - Sciacallaggio mediatico. Il termine più appropriato per descrivere la situazione creatasi intorno alla vicenda dell'omicidio di Sarah Scazzi. Il delitto, infatti, ha creato tutti i presupposti utili ai mass-media per dar sfogo alla loro, chiamiamola così, 'dipendenza da prima pagina'. Questa necessità, legittima per certi versi, ha portato alla strumentalizzazione della notizia: ogni occasione è utile per mettere in piedi talk-show, programmi di approfondimento o riempire pagine di giornali.
Il percorso della vicenda, però, ha offerto su un piatto d'argento ai mezzi di comunicazione la possibilità di scatenare un "bombardamento mediatico", ovvero, quasi stordire il pubblico soffermandosi in continuazione su un unica notizia. La scomparsa di una ragazza, indagini che all'improvviso si indirizzano verso un membro della famiglia, la notizia in diretta della confessione in diretta tv, la notizia agghiacciante della presunta o vera partecipazione nell'omicidio da parte della cugina della vittima, sono elementi che avvenuti in rapida successione, fanno alzare gli ascolti, fanno comprare giornali, fanno fare soldi. E allora via al teatrino dello sciacallaggio mediatico: ore di diretta, collegamenti spesso inutili, con al seguito inviati recatisi ad Avetrana che quasi si calpestano i piedi nel tentativo di violare quel briciolo di privacy rimasta agli sfortunati protagonisti, diretto o indiretti che siano.
Partecipano anche carovane di opinionisti e psichiatri, quotidianamente presenti in ogni programma televisivo che tratti l'argomento, giudicando, incolpando e massacrando il malcapitato di turno e, ovviamente, disintegrando l'immagine di una persona, anche se è quella di un assassino: la privacy ed il buoncostume è un concetto diventato ormai troppo antiquato.
Un altro mezzo di comunicazione che si è imbattuto carovana di notizie, giudizi e sentenze è il web: la 'terra di nessuno', luogo dove tutti possono dare la propria opinione, esprimere il proprio pensiero, 'postare' il proprio commento. Qui, invece, è il cittadino, il popolo, la massa che cerca di esorcizzare le proprie paure attraverso il 'pettegolezzo', l'indignazione o la sentenza nei confronti dei protagonisti della drammatica vicenda di Avetrana. La massa, però, è anche curiosa. Il bombardamento mediatico ha portato il pubblico ad avere l'esigenza di esplorare i luoghi della vicenda. Un'esigenza che porta le persone ad organizzare gite o 'scampagnate' ad Avetrana o sul luogo del ritrovamento del cadavere. Ma non è la prima volta il pubblico ha questa reazione; essa è scaturita ogni volta che accade qualcosa eclatante e, soprattutto, sconcertante: un esempio è la casa degli orrori di Ed Gein, noto serial killer statunitense degli anni '70: la ditta incaricata di mettere all'asta i suoi beni fiuta l'affare  e organizza visite guidate alla casa del massacro al prezzo di mezzo dollaro a persona; i cittadini si stancando presto di quello sfruttamento che ruota attorno al paesino Plainfield e qualcuno da fuoco alla fattoria di Ed Gein.[1].
Il ruolo dell'informazione è dare il giusto peso alle cose, offrendo le notizie al pubblico in maniera adeguata e più obiettiva possibile; mentre lo sciacallaggio mediatico è 'business', è solo un modo per fare soldi. Questi, però, non portano la felicità ma fanno in modo che l'informazione abbia quel riscontro economico indispensabile per andare avanti: il problema è sapere dove fermarsi.

[1]. C. LUCARELLI, M. PICOZZI, Serial killer. Storie di ossessione omicida, Mondadori, Milano 2004

domenica 31 ottobre 2010

IL GIALLO DELLE MATINELLE


Le ultime vicissitudini del lido tranese

In questo periodo in città ha fatto molto scalpore il crollo di parte del solarium del nuovissimo Lido Matinelle, inaugurato a fine luglio e da molti ritenuto fiore all'occhiello della movida tranese e non solo. Ma il clamoroso cedimento strutturale è solo l'ultima delle “vicende oscure” di cui è stato caratterizzato l'impianto: poco prima dell'inaugurazione, infatti, era stata due volte sequestrata e, in poco tempo, dissequestrata parte del lido. Tali avvenimenti fanno ovviamente discutere e pongono seri dubbi sulla gestione di quelle che dovrebbero essere attrazioni turistiche per la nostra città.
Dopo anni di totale abbandono, la notizia dell'inizio dei lavori e della seguente riapertura dello stabilimento ha entusiasmato gli amanti della “dolce vita”, ma spesso l'entusiasmo fa si che non si ponga l'obiettivo su problemi ben più seri della scelta del locale in cui passare le notti estive. Ci si chiede, infatti, come sia possibile che a lavori conclusi scatti il sequestro della parte di lido, sorta nei 30 metri della zona demaniale, per carenza di autorizzazioni (da richiedere alla Capitaneria di porto di Molfetta) per l'esecuzione dei lavori stessi! Questo primo giallo si è però risolto in poche ore con la concessione ai gestori della facoltà d'uso dello stabilimento. La situazione paradossale è proseguita però con l'annullamento, a pochi giorni dalla data d'inaugurazione del lido, di tale facoltà e con un nuovo sequestro da parte della Procura, in quanto la concessione dei beni avrebbe potuto aggravare le conseguenze dei reati, consentendo di danneggiare ulteriormente l'ambiente e lucrare su servizi balneari costituenti condotta di reato. Dubbi si aggiungono a dubbi: come è possibile che nell'arco di meno di una settimana ci si accorge che concedere la facoltà d'uso può aggravare le irregolarità? Ma niente paura, il nuovo sequestro dura solo 24 ore: la Procura, sentiti i pareri acquisiti da Genio Civile e Demanio Regionale, ha tolto i sigilli alla struttura e il Lido Matinelle ha potuto, così, tornare a risplendere e ad accogliere la movida estiva. Tuttavia dopo una stagione trionfale, secondo i gestori e secondo l'Amministrazione Comunale, ad ottobre, un giorno di pioggia e mareggiate ha causato il cedimento strutturale della parte prospicente il mare, tra l'altro sede di un sistema meccanico per la discesa in acqua di persone diversamente abili: i problemi non sono finiti. Ossevando le immagini riportate sui siti di alcune testate giornalistiche cittadine, il crollo è a dir poco clamoroso e chi ha provato a chiedere alla cooperativa che gestisce l'impianto cosa sarebbe successo se l'evento si fosse verificato in piena stagione balneare con la spiaggia affollata, è stato costretto a sentire giustificazioni a dir poco paradossali: tutto ciò non sarebbe successo poiché in estate non si verificano fenomeni meteorologici della gravità di quello che ha investito la zona il giorno del crollo. Qualcuno potrebbe pensare ad una battuta, ma questa è l'unica motivazione data. Allora ci chiediamo se ogni estate si dovrebbe ricostruire la struttura per ovviare ai crolli che si verificano dopo le intemperie e le mareggiate della stagione invernale, spendendo denaro su denaro.
La verità è che ogni crollo del genere non può mai essere causa esclusivamente dei fenomeni atmosferici, ma anche dell'incuria e degli errori in fase di realizzazione. A parziale scagionamento dei gestori va il fatto che il tratto di costa delle Matinelle non è sufficientemente protetto da frangiflutti, ma non occorrono certo conoscenze ingegneristiche per capire che costruire a strapiombo sul mare richiede opere di protezione della struttura da realizzare, a maggior ragione conoscendo la situazione attuale della costa nella zona che si estende dalla Baia del pescatore alla seconda spiaggia. Ma essendo nota la “perizia” con la quale si realizzano le opere pubbliche nella nostra città, a cominciare dalle strade, tutto ciò ci fa pensare che ancora una volta si è preferito dare la precedenza all'apertura dell'impianto facendo in modo che questo fosse fruibile per la stagione estiva, più che all'incolumità dei fruitori.
Considerando anche che l'opera è stata realizzata con soldi pubblici, essendo l'impianto di proprietà dell'Azienda di Promozione Turistica Regionale, ci domandiamo chi pagherà i danni, stimati in circa 40.000-50.000 €, e se in tutto ciò la cooperativa che ha in gestione il lido sarà giudicata colpevole o se tutto finirà in una bolla di sapone; intanto la cooperativa si difende affermando che l'opera di ristrutturazione non è stata gestita da questa, ma che essa ha solo provveduto a porre le suppellettili, come cabine, bar, ombrelloni e ad organizzare gli eventi. Per valutare ancor meglio ciò che è successo non ci rimane che aspettare gli sviluppi giudiziari della vicenda e i risultati delle perizie tecniche che verranno realizzate in situ.

Gallerie fotografiche sul crollo: